DOPPIOPESISMO ALLA GENOVESE

C’è una domanda, da aprile, che va bene per qualsiasi occasione. La domanda è: «E se l’avesse fatto Berlusconi?». Vale ogni volta. Dalle battute di Prodi sulle guardie svizzere e il Papa, alla mancanza del presidente del Consiglio italiano dalla foto di gruppo fra i capi di Stato. La prima circostanza è stata liquidata in un giorno, la seconda è finita nelle brevi, con tanto di giustificazione: «Prodi non ha fatto la foto con gli altri, perchè era al telefono con la famiglia». Come dire, che è anche un po’ più bravo degli altri perchè pensa ai suoi cari. Se l’avesse fatto Berlusconi, avremmo assistito a settimane di dibattito sulla «crisi di rappresentatività dell’Italia, esclusa persino dalle fotografie».
Quando c’era lui, il Berlusca, tutto andava male. E c’erano parlamentari, anche nostrani, che aspettavano che dicesse «buongiorno» per sottolineare l’«inaudita gravità» del suo comportamento. La gravità, a furia di essere inaudita, diventò auditissima, quotidianamente. Ma tant’è.
Ovviamente, questo discorso vale anche per la nostra città. Anzi, in queste cose, tendiamo sempre a primeggiare, non ci facciamo mancare niente. Quando il Cavaliere venne a Genova in campagna elettorale, ci fu un gruppo di giovani che lo contestò. Che già è una roba tutta di sinistra: non si è mai visto un moderato che contesta un comizio degli avversari politici. Un tizio, davanti al Ducale, gli diede del mafioso e urlò: «Dov’è Mangano?». Mangano, per chi non lo sapesse, era il famoso stalliere di Arcore, in carcere per mafia. Morto nel frattempo. Berlusconi sbottò: «Sei un coglione!». Ora, a noi le parolacce non piacciono mai, nemmeno se le dice Berlusconi, ma uno che insulta il presidente del Consiglio mettendoci in ballo anche un morto, tanto intelligente non è. A Genova, invece, quel ragazzo divenne immediatamente un eroe. Interviste sui quotidiani, giornalisti che spiegavano seriosi come fosse di «inaudita gravità» che il premier rispondesse a un insulto. Dibattiti e indignati speciali.
I colleghi che si scandalizzarono tanto allora, sono gli stessi che oggi tacciono quando l’attuale presidente del Consiglio replica acido «Ma siamo matti?» nel momento in cui il Parlamento - non un contestatore isolato che non ha di meglio da fare che prendersela con i morti, definitelo voi come preferite - gli chiede di rispondere su una questione che riguarda il suo più stretto collaboratore e i suoi «studi personali» con fogli di accompagnamento della presidenza del Consiglio.
Sono gli stessi che dimenticano cosa hanno significato Prodi e la sua gestione delle Partecipazioni Statali per Genova. Potrebbero ricordarlo. Ma siamo matti?