Doppiopesismo «Mancino» per i guai di mafia

Quanto doppiopesismo a sinistra a seconda di chi è indagato. Fosse stato il Cav nel mirino per la presunta trattativa tra lo Stato e mafia ai tempi delle stragi, ne siamo certi, apriti cielo, si sarebbe scatenato l’inferno. A essere invece iscritto nel registro degli indagati, a Palermo, per ora con l’accusa di falsa testimonianza e poi chissà, mai mettere limiti alla provvidenza giudiziaria, è invece l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino. E da sinistra, o almeno da centristi ed ex amici della Dc è un coro: stima, solidarietà, presunzione d’innocenza e così via. Dalla sinistra dura e pura, sempre attenta a questi temi, silenzio. Intendiamoci. Mancino respinge con fermezza ogni accusa, rivendica di avere «difeso lo Stato dagli attacchi della mafia, che ho combattuto – dice – con fermezza e determinazione». E se i pm di Palermo non gli hanno creduto (l’iscrizione nel registro degli indagati scaturisce dalla testimonianza di Mancino al processo contro il generale Mori, anche lui indagato, e dal contrasto tra le sue dichiarazioni e quelle dell’ex guardasigilli Claudio Martelli) l’ex ministro dell’Interno ha dalla sua la procura di Caltanissetta, che non ritiene ci siano elementi per ritenere che fosse a conoscenza di nulla. Non entriamo nel merito dell’inchiesta. Ma nell’uso di due pesi e due misure a seconda del colore politico dell’indagato. Il silenzio di Bersani e compagni, a dir poco, è assordante.