Doria, due «omicidi» per morte naturale

Prima omicidio colposo. Poi abbandono di persona incapace (fino a farla morire). Due accuse, una dietro l’altra, all’improvviso. Per due casi diversi, dopo una vita passata al servizio degli anziani della casa di riposo Doria di Molassana. Due processi, uno dopo l’altro. Due assoluzioni pienissime, ma arrivate troppo tardi, perché i pm che l’accusavano non avevano neppure fatto un minimo di indagine per sapere perché davvero le due pazienti fossero morte. Così Maria Giovanna Borgoglio, geriatra responsabile del reparto donne del Doria, ha dovuto aspettare 11 anni, ha dovuto lasciare il lavoro, vivere nell’angoscia. E poi provare a ricominciare daccapo.
Il primo avviso di garanzia è del 3 settembre 1999. Una paziente di 87 anni, immobilizzata a letto, sofferente di diabete e di Parkinson, con gravi problemi renali, ospite dell’istituto da 8 anni, muore. Per la dottoressa Borgoglio arriva l’avviso di garanzia per omicidio colposo a seguito della denuncia della figlia dell’anziana morta il 31 agosto, dopo essere stata ricoverata per 25 giorni al San Martino. L’atto di accusa sostiene che la geriatra avrebbe «omesso di adottare le opportune misure per prevenire e curare le piaghe da decubito». Una piaga in effetti solca la coscia destra della donna, ma il certificato con cui viene ricoverata al San Martino la attribuisce chiaramente a una «vasculopatia cerebrale arteriosclerotica con parkinsonismo». Pm e giudice per le indagini preliminari puntano diritti al rinvio a giudizio. Solo nel 2005, sei anni dopo, un giudice si pone il problema di quale fosse davvero la causa della morte. E l’autopsia è di una semplicità disarmante: insufficienza renale e respiratoria. Sarebbe bastato fare il minimo necessario di indagine per evitare sei anni di processo, e anche tante spese per la giustizia.
Magari finisse così. Il 9 maggio 2005 arriva l’assoluzione, il 28 novembre 2005 arriva un nuovo avviso di garanzia. Sempre per una paziente della Doria deceduta. Questa volta l’accusa è più grave: «Abbandono di incapace». Ancora una volta, basterebbe chiedersi perché la donna sia morta. Ma è chiedere troppo: rinvio a giudizio punto e basta. «Memore dell’esperienza del primo procedimento, ho subito chiesto che fosse fatta una consulenza medico-legale per stabilire le cause di quella morte - confida la geriatra a Ilaria cavo che cita il suo caso nel libro - I miei avvocati hanno insistito ma, per anni, non ci è stata concessa». C’è voluto il giudice del processo, nel 2007, per chiedere una perizia medico-legale e dimostrare senza dubbio che non c’era stata colpa né dolo da parte dei medici. L’assoluzione arriva nel 2010, ma sembra soprattutto una «condanna» del magistrato inquirente: «Il pm non ha ritenuto di dover svolgere approfondite indagini sulla situazione amministrativa e igienico sanitaria dell’istituto Doria, e neppure di acquisire una completa documentazione clinica relativa alle condizioni di salute della paziente, alle cure che le erano state praticate durante la degenza nell’istituto». Una condanna senza appello, ma anche senza pena.