Doria e Fieschi, storia di acerrimi nemici

A San Matteo questa sera il primo spettacolo Le repliche il 29 e 30 agosto

Irene Liconte

È la notte del 24 novembre 1560. Andrea Doria veglia in attesa di notizie del nipote Gianandrea, coinvolto nella disfatta della flotta spagnola presso le coste tunisine da parte degli Ottomani. Su questo spunto storico si innesta «Andrea Doria, ritratto di principe con gatto» di Elena Bono; e quando la voce dell’Ammiraglio si spegne, è la volta del drammatico racconto del suo nemico giurato, il conte di Lavagna Gianluigi Fieschi, protagonista di «Gianluigi e la Gloria» di Vico Faggi, interpretato da Andrea Benfante.
Sono i due monologhi che si succedono nello spettacolo «Doria e Fieschi a confronto», in scena oggi e il 29 e 30 agosto da Lunaria Teatro in piazza S. Matteo; precede la messinscena una visita guidata ai luoghi storici dei Doria, con inizio alle ore 18.30 (per informazioni tel. allo 010/2543450).
Acerrimi nemici, ma accomunati dall’ambizione e dall’aspirazione al potere, i due uomini sono rievocati nel momento della morte. Il trapasso di Andrea (Maurizio Gueli), avviene nella quiete del suo letto, ma non per questo è meno tumultuoso: chiamato dalla madre morta, la pia Scià Caracosa, «il banchiere dell’imperatore Carlo V» soppesa le azioni della propria vita; e sul piatto nero della bilancia gravano alleanze tradite, imprese ai limiti della pirateria. Il curioso «Ritratto di Andrea Doria con il gatto», opera di anonimo custodita nel Palazzo del Principe, ha colpito la fantasia di Elena Bono: e così muto interlocutore di Andrea è il gatto Dragut, bizzarramente battezzato con il nome del pirata che Andrea liberò dalle carceri genovesi in cambio di un cospicuo riscatto. E nel nero, ambiguo felino, la cui inquietante presenza vive nella gestualità di un mimo, si materializza non solo l’universo piratesco di Andrea, ma anche la lugubre incarnazione del demonio e il simbolo stesso della casata dei Fieschi, appunto un gatto.
E «Gatti! Gatti!» invocava vanamente Gerolamo Fieschi ai compagni in fuga dopo la morte di Gianluigi, promotore della famosa congiura. Appena ventiduenne, Gianluigi Fieschi cercò infatti di rovesciare la supremazia dei Doria: ma fu davvero un «Bruto» dei suoi tempi, un tirannicida che lottava per la libertà di Genova? O fu invece mosso dalla sete di potere e gloria? La risposta si inabissò con lui la notte del 2 gennaio 1547, quando cadde dalla passerella gettata all’arrembaggio di una galea dei Doria e fu inesorabilmente trascinato sui fondali del porto dal pesi dell’armatura, decretando il fallimento della sommossa. Ripescato dopo giorni nelle acque della Darsena, Andrea Doria sancì che il suo corpo fosse abbandonato al mare, «perché avesse la tomba che si era scelto». Una morte precoce e violenta , antitetica al desiderio di gloria che lo animava: ma i suoi conti con Andrea si pareggiano 13 anni dopo, quando, nell’atmosfera onirica dell’allestimento di Daniela Ardini, l’Ammiraglio della Superba prende il mare per l’ultima volta. Da solo: ad Andrea Doria non si poteva negare di essere il Caronte di se stesso.