Un dossier della Bce contro il colpo di mano: "I trattati lo vietano"

Rapporto riservato della Banca centrale europea: "A rischio l’indipendenza di Palazzo Koch, nessuna iniziativa senza la nostra autorizzazione"

Roma - La Banca centrale europea accende i riflettori sull’uso delle riserve auree della Banca d’Italia. Con un proprio documento interno ricorda quali e quanti sarebbero gli articoli dei trattati violati se la risoluzione di maggioranza che ha approvato il Dpef venisse trasformata in legge; precisa che le eventuali risorse non potrebbero, in nessun caso, essere utilizzate per ridurre il deficit; che il debito potrebbe diminuire solo se la Banca d’Italia operasse «volontariamente» sul mercato nella sottoscrizione di titoli pubblici (operazione, che se venisse obbligata da norme di legge sarebbe anch’essa vietata dai trattati); e che in nessun caso la Bce ha autorizzato la cessione di riserve auree da parte delle banche centrali a fini di bilancio.

Il documento inizia ricordando che la risoluzione di maggioranza ha «natura politica e non normativa». E solo grazie a questo status che non ha bisogno di autorizzazione da parte della Bce. Ma «ogni proposta di legge del governo in materia dovrebbe ottenere l’autorizzazione preventiva» da parte di Francoforte. Autorizzazione che, comunque, non potrebbe mai arrivare. «Ogni legge destinata a imporre alla Banca d’Italia l’obbligo a vendere oro o riserve in valuta - scrive il documento della Bce - sarebbe in contrasto con il principio dell’indipendenza istituzionale». E «violerebbe l’art 105 comma 2 del Trattato».

Non è finita. Oltre alle eventuali violazioni del Trattato di Maastricht, nel documento gli esperti della Bce dimostrano come un’operazione del genere non sarebbe vantaggiosa per il governo.
Seppure la Banca d’Italia accogliesse un’eventuale legge che la obblighi a vendere l’oro od altri asset patrimoniali, le risorse ottenute non potrebbero essere utilizzate per la riduzione del deficit. Questa volta a proibirlo non sono i Trattati europei, ma Eurostat, ricorda il documento della Bce. Che precisa come le risorse ottenute dalla vendita dell’oro debbano essere contabilizzate nel bilancio della Banca d’Italia e non possano essere attivate quali strumenti di miglioramento del deficit.

E ancora, se è vero che la riduzione dell’indebitamento viene chiesta a livello europeo, il surplus registrato dall’operazione potrebbe essere girato dalla Banca d’Italia allo Stato. Ma, visto che i proventi di quelle vendite sono nel bilancio di Via Nazionale, «ci sarebbe un peggioramento» dei conti della banca centrale italiana. «E non è chiaro come il sistema di contabilità europeo possa considerare questo peggioramento di bilancio», commenta il testo interno della Bce.

Qui il documento di Francoforte azzarda previsioni. «Concettualmente, la Banca d’Italia potrebbe ottenere euro in cambio della cessione di beni patrimoniali. Con le risorse così ottenute potrebbe intervenire sul mercato secondario dei titoli pubblici acquistandoli, e cancellare così i titoli emessi». Un’operazione mai tentata, commentano a Francoforte. E che finirebbe per contrastare le norme che impediscono il finanziamento diretto dei governi da parte delle banche centrali. Con un risultato: la nazionalizzazione della Banca d’Italia da parte dello Stato. «Ed a riguardo - commenta il documento della Bce con un filo d’ironia - non c’è ancora nessun provvedimento legislativo approvato sul tema».

L’ironia, però, finisce subito. «Ovviamente, simili operazione la Banca d’Italia le dovrebbe avviare su base esclusivamente volontaria, così da non violare il Trattato». In quanto - prosegue - se operazioni del genere dovessero essere richieste dal governo attraverso strumenti legislativi, verrebbe violato il Trattato; come nel caso finlandese. Nel 2003 la Bce bocciò operazioni analoghe a quelle indicate dalla risoluzione di maggioranza sul Dpef.