IL DOSSIER Governo debole: la legge elettorale è «innocente»

L’instabilità dell’esecutivo non dipende dall’attuale sistema di voto. Che non è neppure responsabile della frammentazione politica, un processo iniziato ben prima di Mani pulite e della Seconda repubblica

La tendenza alla frammentazione partitica risale a ben prima della crisi del 1992-93 e della modificazione della legge elettorale. Comincia in tempi lontani (1947) con la scissione dei socialdemocratici dal Psi, prosegue con la rottura dell'alleanza tra Pci e Psi dopo le elezioni del 1948, va avanti con la nascita del Psiup (12 gennaio 1964), poi del Partito comunista d'Italia (marxista-leninista e maoista, il 16 ottobre 1966), la formazione per espulsione dal Pci del gruppo del Manifesto (1969), la ripresa di autonomia del Psdi nel 1971 dopo la parentesi della riunificazione con il Psi. Aggiungiamo la formazione del Partito radicale (dal 1955), la nascita della Federazione delle liste verdi nel novembre 1986 per culminare con la costituzione del Partito della rifondazione comunista nel 1991 mentre alla fine del 1989 si era costituita ufficialmente la Lega nord. Tralasciamo altre formazioni minori, come ad esempio la Rete di Leoluca Orlando (21 marzo 1991).
TANGENTOPOLI
Il processo di frammentazione - ecco il punto - si è verificato prima della crisi del pentapartito (Dc-Psi-Psdi-Pri-Pli) provocata dalle inchieste di Mani Pulite e prima della riforma della legge elettorale del 1993 che trovò applicazione la prima volta nelle elezioni politiche del 1994. Stando ai fatti, è impossibile imputare la frammentazione politica alle due leggi elettorali che si sono succedute dai primi anni Novanta. Sempre restando ai fatti, si nota anche che la turbolenza, fino al 1992-93, si è registrata in prevalenza nella sinistra. Dalla disgregazione del pentapartito era abbastanza logico che si originassero diverse formazioni con i tentativi di nuove aggregazioni (Ppi, Ccd, Cdu, Patto Segni, Udeur, Udc), di tentativi di simboliche sopravvivenze (nuclei liberale-libertario, repubblicano, socialista), o di rinnovata identità (Sdi, Socialisti italiani, Democrazia cristiana).
Attribuire quindi alle due leggi elettorali che hanno preso il posto della vecchia legge proporzionale della Prima Repubblica la frammentazione politica attuale è illogico e antistorico.
CONVENTIO AD ESCLUDENDUM
E non bisogna dimenticare alcuni fatti decisivi. A differenza che nella Prima repubblica, dove una parte delle forze politiche era esclusa per principio dal governo (sinistra comunista, estrema sinistra e destra moderata ed estrema), adesso non c'è più preclusione nei confronti di alcuna forza politica: e questo significa incoraggiare la sopravvivenza o la nascita di partiti, anche piccoli, che possono aspirare a un ministero e a qualche sottosegretariato. Non a caso l'attuale governo Prodi è il più pletorico in assoluto. Nella Prima repubblica ,inoltre, all'interno dell'area governativa «pentapartita» la breve durata media dei governi consentiva una rotazione negli incarichi e quindi accontentava tutti per cui soprattutto nei partiti maggiori le diversità si esprimevano attraverso le correnti, veri mini-partiti, il cui dinamismo trovava sfogo nelle periodiche crisi di governo.
ALTERNANZA
La legge elettorale del 1993, per la forte dose di maggioritario, dette una spinta alla logica bipolare, tradotta in due alleanze multipartitiche contrapposte, ma esposte alla logica ricattatoria di piccoli partiti detentori di quella frazione di consensi in grado di fare pendere l'ago della bilancia da una parte o dall'altra nei singoli collegi. Logica che diventa ancora più forte all'interno della coalizione che va al governo e che non ha più lo sfogo delle crisi mediamente annuali con cui risolvere le proprie turbolenze. Non è un caso che, essendo più forte la tradizione di frammentazione a sinistra, nella legislatura 1996-2001 la sinistra abbia messo in fila quattro governi e tre premier (Prodi, D'Alema, Amato) e nella legislatura in corso abbia messo in crisi Prodi dopo otto mesi.
Quanto detto trova una corrispondenza nei dati esposti nella tabella. Per misurare la tendenza alla frammentazione del sistema dei partiti, l'unico riscontro oggettivo è dato dalla loro capacità di avere degli eletti al Parlamento. Il calcolo risulta più facile per le elezioni della Camera svoltesi fino al 1992 con il sistema proporzionale. I tre partiti maggiori di questo periodo sono la Dc, il Pci e il Psi. A titolo di comparazione, nell'ultima colonna viene indicato il numero di partiti con seggi al Senato.
IL «CRESCENDO»
Come risulta, una discreta stabilità si registra fino alle elezioni del 1972, poi la frammentazione già in atto sul piano politico comincia a trovare un riscontro anche in ambito parlamentare poiché i nuovi partiti riescono a fare eleggere i loro rappresentanti. Si tratta di un crescendo di frammentazione che culmina nei 16 partiti presenti alla Camera nel 1992, quando i tre maggiori partiti precipitano complessivamente al 59,4% dei voti. Ma ciò avviene - questo è il punto - sempre sotto la legge elettorale proporzionale della Prima repubblica.
Le elezioni del 1994, 1996 e 2001 si svolgono non solo nell'ambito della nuova legge elettorale, per tre quarti maggioritaria e per un quarto proporzionale, ma soprattutto sull'onda della disgregazione del pentapartito provocata dalle inchieste di Mani pulite, che a sua volta produce da un lato coalizioni che hanno l’obbiettivo di conquistare i seggi uninominali e dall'altro lato agevola la proliferazione di partiti marginali, vecchi e nuovi, spesso a carattere personale. Il picco di 20 partiti che riescono a fare eleggere deputati alla Camera nel 1994 è il frutto dello sconvolgimento politico-giudiziario del 1992-93 più che della nuova legge elettorale poiché nelle elezioni del 1996 e del 2001 si ritorna a una media di partiti rappresentati che è grosso modo la stessa dell'ultimo quindicennio della Prima repubblica. Si riduce un po' la massa di voti raccolta dai principali partiti, che si presentano in coalizioni ampie e unificanti: Progressisti, Polo per le libertà, Polo del buon governo, L'Ulivo, Casa delle libertà.
Le ultime elezioni, quelle del 2006, svoltesi con una legge elettorale ancora diversa (proporzionale con premio di maggioranza) portano paradossalmente a risultati complessivi analoghi a quelli del 1996, a dimostrazione che un diverso meccanismo elettorale di per sé non sconvolge gli orientamenti degli elettori, come mostra la seguente tabella.
I «MINORI» RESISTONO
Da un confronto fra i due periodi emerge un dato: l'area dei partiti minori, escluso il picco del 1992 causato soprattutto dal collasso del Pci (26,6% dei voti nel 1987 contro il 16,1% del Pds nel 1992), è globalmente cresciuta di poco più del 10% in quasi sessant'anni. Se a prima vista essa sembra trovare impulso dalle leggi elettorali del 1993 e del 2005 poiché la logica bipolare, favorita dalla legge del 1993 a causa della quota maggioritaria, e dalla legge del 2005 a causa del premio di maggioranza, rende compatibili la frammentazione partitica e l'alternanza tra schieramenti, di fatto questo incremento corrisponde allo smottamento di voti dell'ex Pci tanto è vero che si riverbera in una proliferazione quasi del tutto concentrata a sinistra. Scaricare la presente difficile governabilità sulla «legge Calderoli» è quindi una violenza al ragionevole esame dei fatti.
È comunque un dato di fatto difficilmente confutabile l'esistenza di un nucleo di elettori, che va da un quinto a quasi un terzo del totale, che non si riconosce nei partiti maggiori e sostiene la frammentazione, tanto nella Prima come nella Seconda repubblica, venendo a costituire una specie di tratto peculiare della realtà italiana, refrattario alle influenze delle leggi elettorali.
I POTERI DEL PREMIER
Alcuni giorni fa, sul Sole 24 Ore, il professor Roberto D'Alimonte metteva in evidenza che in Francia il governo governa con il 33% dei voti e in Gran Bretagna con il 35% e attribuiva il merito ai rispettivi sistemi elettorali. Noi pensiamo invece che quei due governi sono in grado di governare perché i due primi ministri sono dotati di vasti poteri, e sono questi a tenere unite le rispettive maggioranze parlamentari, la cui consistenza è agevolata, ma solo agevolata, dalla legge elettorale.
Il tutto si fonda su un consenso più ampio, di natura culturale, secondo il quale il premier determina la politica del governo e non è un primus inter pares come in Italia, costretto a fare mediazione quotidiana tra ministri che, rispondendo ai diversi partiti della coalizione, fanno - logicamente - politiche che rispondono agli interessi e agli orientamenti delle rispettive basi elettorali, rafforzando la frammentazione politica.
Afferrato dal lato della legge elettorale, il sistema politico italiano sfugge come un'anguilla.
Per questo ribadiamo che la chiave della soluzione sta nella riforma costituzionale che dia veri poteri al premier - e di riflesso al leader che l'opposizione deve esprimere se vuole diventare maggioranza - affinché intorno a lui si coaguli e resista una maggioranza parlamentare disposta ad approvare la realizzazione del programma, liberandolo dal mestiere di mediatore. Questa era la logica della riforma costituzionale approvata dal centrodestra e che la sinistra si gloria di avere affossato.
La legge elettorale approvata dal centrodestra - un proporzionale con premio di maggioranza squilibrato (perché su base nazionale per la Camera e su base regionale per il Senato) -, così vituperata da quasi tutti, ha salvaguardato il tratto peculiare del sistema italiano garantendo la rappresentanza di tutti i partiti, anche piccoli, e ha dato una maggioranza ampia alla Camera, ma è caduta sul Senato per la frantumazione su base regionale del premio di maggioranza. Eventualità, questa, che poteva anche non verificarsi. Ma che, prima ancora di paralizzare il governo Prodi, ha avuto un effetto anche più grave: quello di esautorare il Senato, facendone un organo a tempo parziale e sottoposto allo stress di vedere trasformato ogni suo pronunciamento in un voto di fiducia al governo.
BERSAGLIO SBAGLIATO
Porre come prioritaria la riforma elettorale è quindi un falso obiettivo, probabilmente volto a creare spaccature nel centrodestra. Prioritaria è la riforma costituzionale che modifichi la forma di Stato e la forma di governo.
Fatta questa, si deve approvare una legge elettorale coerente con la riforma costituzionale.
Conclusione: bisogna avere il coraggio di dire che è il sistema istituzionale che deve essere prioritariamente riformato e in funzione di questa riforma bisogna mettere a punto la legge elettorale che lo rafforzi invece di indebolirlo.
E poi basta con la tesi che le ultime due riforme elettorali abbiano provocato la frantumazione del sistema politico italiano. I dati sopra riportati dovrebbero dimostrarlo una volta per tutte.