Ma Dostoevskij aveva già previsto tutto

Ruggero Guarini

Gentile ministro Paolo Ferrero, lei dovrebbe assumere subito un certo Fedòr Dostoevskij, un giovanotto russo di straordinario talento, e affidargli, nella sua squadra, un ufficio conforme alle sue peculiari attitudini. Che sono abbastanza elevate da renderlo degno di accingersi al còmpito di rivelare il grande segreto del programma racchiuso nel nome del suo ministero. Nessuno come lui potrebbe infatti illustrare con la necessaria chiarezza il recondito principio ispiratore di ogni possibile iniziativa – passata, presente e futura – del suo ministero, compresa ovviamente la sua recentissima idea di offrire ai drogati la possibilità di bucarsi a spese dello Stato in appositi salottini annessi agli ambulatori Asl. Su questo principio ispiratore egli ha del resto già scritto un discorso nel quale lei non dovrebbe esitare a riconoscere il nòcciolo del proprio programmino. Tanto evidenti e profonde sono anzi le concordanze fra quel discorso e i suoi personali ideali che sospetto anzi lei potrebbe anche averlo già letto. Ma nel caso che non l’abbia letto gliene offro volentieri, a titolo di assaggio, il passo principale:
«Noi daremo loro l’umile, quieta felicità degli esseri deboli. Dimostreremo loro che sono deboli, che sono soltanto dei poveri bambini, ma che la felicità dei bambini è più dolce di ogni altra cosa. Diventeranno timidi, e nella loro paura guarderanno a noi, si stringeranno a noi come i pulcini alla chioccia. Ci ammireranno e ci temeranno e saranno orgogliosi di noi, così forti e intelligenti da aver saputo pacificare un gregge tanto turbolento e innumerevole. Avranno una gran paura della nostra collera, la loro intelligenza perderà ogni audacia, i loro occhi diventeranno facili al pianto come quelli delle donne e dei bambini. Ma con altrettanta facilità a un nostro cenno passeranno dalle lagrime al riso e all’allegria, alla limpida gioia e alle liete canzoncine infantili. Li faremo lavorare, sì, ma nelle ore libere dalla fatica organizzeremo la loro vita come un gioco infantile, con canti in coro e danze innocenti. Oh, concederemo loro anche il peccato perché sono deboli e impotenti, e così ci ameranno come bambini, perché permetteremo loro di peccare».
Spero, gentile ministro, che abbia riconosciuto in questo passo le parole che Dostoevskij fece pronunciare al Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov. E adesso mi dica: non lo sente, in questo soave discorsetto, il profumino di quello che forse è l’anelito più profondo del nostro tempo? Ossia la sua risoluta avversione all’idea di peccare senza il permesso, l’incoraggiamento e anche il sostegno attivo dei superiori? Non lo percepisce l’olezzo di un mondo in cui tutti hanno da un pezzo imparato a rivendicare il diritto di fare ogni possibile porcheria con l’approvazione e l’assistenza dei pubblici poteri? Non lo riconosce il suono della stessa graziosa musichetta assistenziale, solidaristica e permissiva che lei imparò fin da fanciullo a solfeggiare militando nelle file di Democrazia proletaria? E che più tardi apprese a modulare meglio, fondendo il suo impegno politico con quello religioso di giovane evangelista aderente alla Chiesa Valdese? E del quale finalmente oggi può accingersi a rilevare tutta la sostanza profetica promuovendo i drogati al rango di statali?
guarini.r@virgilio.it