Dostoevskij fra delitto, castigo e filosofia

Sergio Givone illustra il valore teoretico delle opere dello scrittore

È possibile parlare di una «filosofia» di Dostoevskij? Se ci atteniamo scrupolosamente alla semantica del termine, evidentemente no. Dostoevskij è uno scrittore. Egli ha raccontato storie. Eppure, tanti personaggi che ha immortalato nei suoi racconti, a loro modo sono «filosofi». Ivan Karamazov, ad esempio. Oppure padre Zosima. E lo stesso Versilov de L’adolescente. Per non parlare dell’uomo del sottosuolo. Tutte figure attraverso le quali Dostoevskij ha lanciato alla filosofia una vera e propria sfida. Alla quale la filosofia non può sottrarsi. Pensiamo alla questione della libertà e della responsabilità, evocata dal Grande Inquisitore. Oppure al nichilismo, prospettato dalla «morte di Dio».
Chi non si è sottratto a questa sfida è il filosofo Sergio Givone. Che all’opera di Dostoevskij ha dedicato un bel libro: Dostoevskij e la filosofia (Laterza, pagg. 165, euro 18). Bello e importante. Perché in questo libro Givone demolisce alcune convinzioni filosofiche che credevamo tranquillamente acquisite. Parlavamo del nichilismo, ad esempio. Una parola chiave della filosofia contemporanea, che quasi di riflesso associamo al nome di Nietzsche. Invece - ci dice Givone - Dostoevskij fa una diagnosi molto più radicale del fenomeno. A differenza di Nietzsche. Il quale aveva messo l’accento sul carattere positivo e sostanzialmente liberatorio del nichilismo. Dostoevskij è invece penetrato nel suo cuore di tenebra. Svelandone tutte le terribili e inquietanti ambivalenze. Nonostante ciò, nelle mode correnti, è diventato Nietzsche il filosofo del nichilismo. Mentre Dostoevskij - di cui lo stesso Nietzsche subì un grandissimo fascino - è stato quasi del tutto rimosso. Quando Nietzsche ebbe modo di leggere, in una versione francese, Delitto e castigo e I demoni disse: «Ho incontrato il mio fratello di sangue».
Ben prima di Nietzsche, Dostoevskij ci ha parlato di un nichilismo che si lascia alle spalle il suo cupo impulso distruttivo. Mettendo al centro della sua opera la sofferenza inutile, la morte, il dolore innocente, il grande scrittore russo ci ha parlato del nostro costitutivo limite di esseri umani. Inaugurando così una nuova epoca maggiormente sensibile ai valori della solidarietà e della condivisione di un destino comune. Ma siamo sicuri di tutto ciò, si chiede Givone? Non si tratta invece di un clamoroso abbaglio? Quando Dostoevskij si mette - e ci mette - alla «scuola del sospetto», egli riesce a calarsi negli abissi dello spirito ai quali non è saputo sprofondare neanche Nietzsche.
Certo, Dostoevskij non è un filosofo ma uno scrittore. E Givone ce lo ripete più volte, nelle pagine del suo libro. È pur vero, però, che la scrittura di Dostoevskij ha incrociato la filosofia. Senza tuttavia risolversi in essa. Se la filosofia non può essere interpretazione della realtà - compito della scienza - bensì interrogazione del senso della realtà, ebbene, luogo privilegiato in cui questo senso si mostra è la letteratura. Ma è anche la poesia, l’arte, il mito, la religione. Ecco perché la filosofia - che non è letteratura - intrattiene con la letteratura un rapporto strettissimo, osserva Givone.
Il quale, dopo aver trascorso una parte della sua vita a leggere filosoficamente i romanzi, ha deciso ad un certo punto di scriverne a sua volta: Favola delle cose ultime e Nel nome di un dio barbaro. Due bellissimi romanzi «filosofici» da cui traspare un inconfondibile timbro dostoevskiano, pubblicati da Einaudi rispettivamente nel 1998 e nel 2002. E con questi due romanzi Givone ha contribuito a regalare alla filosofia quei materiali di cui, come filosofo, andava in cerca nei labirinti incantati della letteratura.