DOTTI Il decano del Novecento

San Miniato celebra con una grande rassegna il novantaduenne artista. Un «rustico» estraneo alle correnti

A metà strada tra Pisa e Firenze, c’è una collina con un paese che spicca con due grandi torri alberate. È San Miniato al Tedesco, una piccola città ricca di storia, dall’aspetto severo, lunghe vie ed antiche strade che salgono e scendono. Il suo nome è misterioso: perché «al Tedesco»? Qualcuno dice per quell’Ottone I che forse la fondò, altri per un certo Rumberto Tedesco, nel 1113 vicario imperiale della città, ucciso dai fiorentini. Altri ancora per Federico II di Svevia, che sembra installasse in quella sede un vicario imperiale.
Certamente gli eruditi sanminiatesi lo sanno, e lo sa sicuramente Dilvo Lotti, che di quella città è l’anima da quasi un secolo. Grande artista, pittore, incisore, illustratore, frescante, Lotti, oggi novantaduenne, a San Miniato ha creato non solo le sue opere, note in tutto il mondo, ma anche un prestigioso sistema museale e ha dato un forte impulso alla cultura, dall’Istituto del dramma Popolare all’Accademia degli Euteleti ad altre istituzioni.
Così San Miniato gli dedica una grande mostra che, con 120 opere, si snoda in dieci istituti, dal Conservatorio di Santa Chiara al Museo Diocesano d’Arte Sacra, dalla Rocca Federiciana all’Accademia degli Euteleti a chiese ed oratori. Cristi deposti e derisi, nature morte, paesaggi, scene di genere, dipinti sacri e profani, immersi nel mito, nella storia e nell’attualità. Realizzati con quelle linee forti e colori aspri ed acidi, che nel 1941 avevano colpito Ardengo Soffici: «La crudità del colore, certa spettralità di bianchi e di neri, certa acidità di gialli, di verdi, di rossi, certa brutalità del disegno, della composizione, dei volumi...». Giovanni Papini nel 1949 aveva definito Lotti «un pittore di natura e di cuore, non di cultura e di calcolo. Un pittore genuino. È, insomma, pane casalingo fatto in campagna, a volte un po’ rustico e avvampato, ma fatto di vera farina venuta da un vero mulino».
Frasi poetiche, che colgono la sostanza del linguaggio del maestro toscano, che raccoglie nel Novecento la tradizione quattrocentesca della linea, tagliente, aspra, decisa di Andrea del Castagno e Paolo Uccello. Non solo di pittori fiorentini, ma lucchesi, senesi, aretini che con la loro parlata, apparentemente «di provincia», hanno saputo dare svolte nuove e originali all’arte.
Il linguaggio di Lotti è indefinibile: espressionista? Iperrealista? Nessun «ismo» gli si addice: è solo se stesso. Ironico e amaro, qualche volta. Di forte impatto non solo nei Cristi deposti, fatti di materia grondante sangue, ma anche nell’attualità: La cantante delle torri del 2002 evoca il dramma delle torri gemelle in tutta la sua violenza allucinante. Lo Tsunami del 2005 è un vortice spaventoso, che travolge piccoli uomini e piccole donne. La nube di Cernobyl del 1988 è un mostro che minaccia l’umanità. Atmosfere plumbee e drammatiche. La Fuga in Egitto del 1960 è invece ironica: sostituisce al tradizionale asinello un motorino, guidato da Giuseppe e con a bordo Maria col Bambino. Molti i capolavori, fra cui Le bambine del 1838/39, Gesù Divino Lavoratore del 1954, l’Autoritratto del 1935, ed altri ancora.
Lotti ha un lungo percorso alle spalle, non solo come artista, ma anche come intellettuale, amico di scrittori, filosofi, registi, uomini politici, da Sinclair Lewis a Jacques Maritain, dai fratelli Taviani a Giovanni Spadolini. Nato a San Miniato nel 1914, alla fine degli anni Venti del Novecento si iscrive al Regio Istituto d’Arte di Firenze, dove si specializza in Arti Grafiche con una tesi su Honoré Daumier. Allora l’istituto fiorentino, presieduto da Ugo Ojetti, mirava al recupero del modello rinascimentale di bottega, con la pratica di ogni disciplina. Negli anni Trenta, la prima attività nel vivace ambiente fiorentino delle «Giubbe Rosse» e dell’«Antico Fattore». Nel 1940, dopo un breve soggiorno a Milano, Lotti vince il Premio Panerai con l’opera Natura morta e bambino (oggi esposta).
Da allora comincia un’intensa attività, che lo vede partecipare a mostre nazionali e internazionali. Nella sua lunga carriera, non dimentica l’affresco, cui si dedica a lungo, dipingendo chiese ed edifici di gran parte della Toscana.
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