La dottrina Caselli: non candidate certi assolti

Gargani, responsabile Giustizia degli azzurri: «Ma a chi spetta valutare le assoluzioni?»

Anna Maria Greco

da Roma

Se Piero Grasso invita i partiti a non candidare gli inquisiti, Giancarlo Caselli va oltre e sostiene che anche alcuni assolti, per insufficienza di prove o per prescrizione, dovrebbero rimanere fuori dalle liste elettorali. Così, sulla scia di quanto detto dal procuratore capo di Palermo, in un’intervista a La Stampa Caselli invita gli esponenti dei partiti a leggersi bene le carte dei processi prima di scegliere i candidati.
Il procuratore generale di Torino, che negli anni ’90 si trovava al posto di Grasso, parla soprattutto della lotta alla mafia che, dice, trova la sua forza anche negli appoggi e nelle coperture che offrono «spezzoni della politica, delle istituzioni e della società civile».
Dice Caselli: «Si può essere assolti sul piano penale, ma censurati da un punto di vista politico e morale. I partiti ne dovrebbero trarre le conseguenze più opportune». E si domanda: «Se un personaggio pubblico non viene condannato perché nel frattempo quei reati si sono prescritti, come lo si deve considerare da un punto di vista politico e morale?».
Un ragionamento «abnorme» per Giuseppe Gargani, responsabile Giustizia di Forza Italia. «Siamo al di là del giudice etico - spiega al Giornale -, siamo alla follia! Chi dovrebbe valutare il perché uno è stato assolto e decidere se è un’assoluzione convincente o no? Se uno è assolto è assolto e basta». Il parlamentare azzurro critica anche la decisione di Grasso e Caselli di pronunciarsi su argomenti del genere. «Questi magistrati, e in particolare Caselli, fanno di tutto per ingerirsi nelle cose della politica. Certi consigli non devono darli loro: saranno i partiti e i singoli individui a prendere le decisioni, caso per caso. Non ci possono essere parametri generali. Altrimenti, basterebbe far avere a una persona un avviso di garanzia per impedirgli di candidarsi».
Giudizio negativo anche da Luigi Bobbio di An che dice «basta ai magistrati-censori che vogliono moralizzare la politica», pur riconoscendo che il problema della legalità e della morale esiste, soprattutto al Sud, e va affrontato «risolutamente» dai partiti. Ma non si possono accettare «diktat dai magistrati». Per il senatore, se nei suggerimenti di Grasso ci può essere una «buona fede» che non lo mette al riparo dall’errore, le parole di Caselli mostrano un’impostazione ideologico-politica», che tende a strumentalizzare la questione. Sono «inaccettabili», per Bobbio, un metodo e un criterio che risentono «non certo di tensione morale, ma di un moralismo che ne è la degenerazione». Caselli, dice, si spinge a includere in quelli che non dovrebbero essere candidati anche gli assolti, «dimenticando, proprio lui che è magistrato, che un’assoluzione è un’assoluzione». Questo il senatore di An lo definisce «sostanzialismo giuridico», il contrario del «formalismo». E ricorda che il diritto è forma prima di essere sostanza». «Se si arrivasse a dire che gli indagati non devono essere candidati - osserva Bobbio - si metterebbe nelle mani di certa magistratura politicizzata la scelta. E basterebbe un avviso di garanzia per lasciar fuori chi è inviso a questo o quello». Sono i partiti dunque, che devono risolvere il problema di tenere fuori dalle liste determinate persone, «non sulla base di indagini, condanne o assoluzioni, ma di ben altre considerazioni». E per Bobbio, potrebbero escludere per questioni morali chi non ha avuto nulla a che fare con la giustizia e invece ritenere che un assolto per prescrizione «non abbia niente da rimproverarsi».
Dall’Udc viene la critica a Caselli di Nino Marotta, deputato ed ex-laico del Csm. Per lui sono «sconsigliabili queste interferenze nella politica dei magistrati». Le statistiche. ricorda, ci dicono che su 10 accusati in Italia solo 2 vengono condannati e «la storia di Tangentopoli dovrebbe averci insegnato che non si può essere genericamente inflessibili». Per Marotta ogni caso va esaminato in sé. «Caselli ci risparmi le sue lezioni di morale - dice Enzo Fragalà di An -. I processi finiti nel nulla non lo accreditano come la persona migliore per decidere chi si deve candidare e chi no».