Dov’è la tradizione? Così la Scala del ciclismo è diventata un teatrino

di Cristiano Gatti
Per la serie «famolo strano». Dovendo festeggiare i cent'anni, i perversi creativi del Giro saccheggiano tutte le più ardite acrobazie del kamasutra. Niente è tradizione, nulla è classico, in questo nuovo percorso. Le Dolomiti all'inizio, il che è come aprire una grande cena italiana con dessert, caffè e ammazzacaffè. Non ci sono montagne griffate, prima fra tutte il Mortirolo, il che è come continuare la prestigiosa cena italiana senza proporre i nostri grandi primi. Infine, segato lo storico arrivo a Milano: il che è come chiudere la cena «made in Italy» senza lo spumantino. Nel complesso, proponiamo una grande cena italiana servendo sushi e cuscus: può risultare ugualmente buona, ma non c'entra nulla con l'anima italiana.
Mi scuso se ci ho dato dentro con le metafore erotiche e gastronomiche, ma la la nascita di un nuovo Giro stimola la fantasia. È come ritrovarsi tutti davanti alla sala dei neonati, sbirciando con il resto della famiglia l'ultimo arrivato: ciascuno ci vede, o crede di vederci, quel che in futuro diventerà. Sarà uguale al nonno, sarà tale e quale la mamma. Ecco, questo nuovo Giro non sarà tale e quale a nessuno. Sarà un tipo strambo, stravagante, eccentrico. Ma non evidenzierà il minimo legame con il suo albero genealogico. Molti, guardandolo, sommessamente si chiederanno: ma di chi è figlio, questo sgorbio?
Alla domanda si può rispondere così: non si sa di chi sia figlio, ma si sa per certo che è un figlio del peccato. Delle tentazioni ormai irresistibili di questi tempi difficili. È figlio del mercimonio. Anche se gli organizzatori cercano di presentarlo come una creatura unica e irripetibile, meglio sarebbe andare via lisci e spiattellare la semplice verità. Senza vergogne e senza imbarazzi. Basta dire così: per mandare avanti l'azienda, il Giro va dove lo pagano bene. Certo bisogna tutelare alcuni requisiti fondamentali: per esempio, mica si può pensare di fare un Giro tutto di pianura, per soli velocisti. Qualche montagna, qualche cronometro, qualcosa di tutto deve esserci. Ma una volta salvati i requisiti minimi, a decidere è la cifra che i Comuni mettono sul piatto. In sé, niente di scandoloso: tutto, al mondo d'oggi, Gira così.
Qualcosa però si può dire sugli effetti a lungo termine di questa politica: se è vero che oggi e domani il Giro imbarca denaro, dopodomani potrebbe trovarsi nelle condizioni di risultare meno appetibile. Cioè: a forza di calpestare mito e tradizione, ultime prerogative rimaste in esclusiva al ciclismo, il Giro finirà inesorabilmente per diventare meno glorioso e meno aristocratico. Il Tour è il Tour perché da cent'anni ci martellano con Tourmalet, Mont Ventoux, Alpe d'Huez e Campi Elisi, tanto da farli diventare espressioni comuni persino nei linguaggi di altri settori della vita quotidiana. Se un'impiegata dice «sono sul Tourmalet», le sue colleghe capiscono quanto stia annaspando. Il Giro prova una strada diversa. Non vuole più essere la Scala del ciclismo. Sono scelte. Sarà una sagra annuale fondata sul trullalero-trullalà, ogni volta un po' strano e un po' svalvolato, ma senza più una fisionomia e una reputazione inconfondibili. Per quanto i manager la raccontino, un Giro senza Mortirolo, Gavia, Stelvio, un Giro senza la sfilata finale di Milano, un Giro che evita le assolate scorribande nel profondo Sud, è un Giro forse nuovo, ma resta un Giro senza prestigio, fuori dalla leggenda. L'unico giorno in cui ci sembrerà di respirare una certa atmosfera resta quello del 19 maggio, tappa Cuneo-Pinerolo. Chissà perché, basta dire Cuneo-Pinerolo: non c'è bisogno di aggiungere altro. Tutti sanno già tutto. Tutti già si preparano a gustare.
Allora mettiamoci il cuore in pace. Questo Giro del Catria, del Blockhaus e del Vesuvio (montagne comunque rispettabili, non è questo il punto), finirà per divertire moltissimo non tanto per il tuffo nella sua storia centenaria, brutalmente ignorata, ma per la presenza al via di tanta gente altolocata. Il ritorno del nuovo Basso, il ritorno del vecchio Armstrong, l'arrivo di Sastre (vincitore dell'ultimo Tour), più il festival mondiale dello sprint con i vari Petacchi e Cavendish, tutto conferisce al cartellone il massimo del prestigio. Ma questo, a voler vedere, rende ancora più eclatante la gravità del peccato originale: facciamo recitare una simile compagnia di Giro dentro uno scalcinato teatrino di borgata.