Dove batte la lingua degli antenati stranieri

In cinque paesi italiani si parlano idiomi ormai scomparsi dall'albanese al provenzale. Tutti sono protetti dall'Unesco

Non sono isole, ma è come se lo fossero. Non le circonda il mare ma le separa da tutto il resto un idioma che si parla solo lì e non altrove. Una lingua diversa dall'italiano e da qualsiasi dialetto, che non dipende dalle nuovi migrazioni, ma custodisce gli echi di antiche colonizzazioni, fughe, conquiste, partite da migliaia di chilometri di distanza. Due paesi della Puglia dove si parla francoprovenzale, uno della Calabria dove la lingua è l'occitano, sei borghi ancora della Puglia che conservano un greco vicino al lessico dei bizantini, il griko. Una minuscola comunità di Toitschu in Val d'Aosta. Infine un unico Comune in Abruzzo dove la lingua antica ma ancora in voga è l'albanese, diffusa invece in 33 Comuni calabresi. In questi paesi la cultura di luoghi lontani si è arroccata in piccole comunità, borghi di poche centinaia o migliaia di abitanti, che proteggono quella stranezza, quell'originalità di un idioma raro e fragilissimo.

Nelle scuole insegnanti appassionati cercano di far resistere la memoria grazie alla legge 482 del '99 sulle minoranze linguistiche, ma andando via, gli anziani si portano dietro quell'oralità imparata dai nonni e dai nonni dei nonni, e così i numeri dei parlanti gli antichi idiomi diventano sempre più irrisori. L'Unesco inserisce due idiomi rari in Italia tra le «lingue drasticamente a rischio d'Europa»: il guardiolo-occitano di Guardia Piemontese (14esimo posto nella classifica del rischio), meno di 350 parlanti, e il Toitschu di Issime, in Val d'Aosta (nono posto, 200 parlanti). Ma anche il griko salentino viene considerata lingua in pericolo. Il club Unesco di Zollino nel Salento ha da poco chiuso, ma un'associazione e alcuni cantautori resistono nel conservare la lingua greca.

Guardia Piemontese, in provincia di Cosenza, ha un nome scollegato dal territorio a cui appartiene: 1800 abitanti, il paese si trova sul versante tirrenico della provincia di Cosenza a 500 metri di altitudine. La lingua occitana, gallica, è saldamente intrecciata a una storia di eccidi e di coraggio: nel sedicesimo secolo i valdesi che avevano fondato il paese in fuga dal Piemonte furono sterminati in un intervento della Santa Inquisizione.

La lingua occitana fu vietata, ma l'idioma proibito continuò ad essere parlato segretamente dai sopravissuti sorvegliati a vista dai frati domenicani che ne dovevano verificare la conversione al cattolicesimo. E così è stato preservato dalla sparizione e oggi i nomi delle vie sono nelle due lingue e il Comune è gemellato con la Val Pelice del Piemonte, da cui è stato portato un masso di granito che è diventato un monumento. L'occitano di Guardia si chiama guardiolo, e fino a qualche decennio fa ne esistevano addirittura tre diverse declinazioni legate ai diversi quartieri.

A Celle di San Vito e Faeto e Puglia cerca di resistere il francoprovenzale, una sorta di franco-pugliese in cui si riconosce la cadenza del Tacco d'Italia ma la cui grammatica è molto simile a quella oltrealpina. I due Comuni si trovano tra le provincie di Foggia, Benevento e Avellino. Area spartiacque a 800 chilometri di distanza dalla zona linguistica provenzale chiamata della Daunia Arpitana. Fino agli anni '80 esistevano alcuni parlanti monolingui, che si esprimevano solo in francoprovenzale.

L'origine della lingua madre può essere ricondotta all'invio nel Medioevo di soldati angioini che poi si sarebbero stabiliti nella zona. D'estate, da ormai alcuni anni, vengono organizzati corsi di lingua francoprovenzale in collaborazione con l'Ufis (università francofona dell'Italia del sud).

Della Grecìa salentina, isola chiamata ellenofona, fanno parte formalmente dodici Comuni, ma solo in sei si parla ancora griko (Calimera, Sternatia, Martignano, Martano, Castrignano de'Greci, Corigliano d'Otranto). La lingua dei nonni è inserita nel programma scolastico, ma la parlano abitualmente ormai solo i nati prima degli anni Cinquanta.