Dove buttano i soldi: adesso paghiamo pure i calciatori e gli artisti

Pensioni per artisti, sportivi e perfino per i reduci del ’15-’18:
l’assistenzialismo ci costa 27 miliardi Tremonti: non faccio tagli da
Masaniello. Ma è meglio abolire le Province che tassare i risparmiatori

Ieri il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, illustrando la manovra finanziaria, sui costi della politica ha detto delle cose ragionevoli e altrettanto impopolari. Riportiamo: «Naturalmente c’è sempre la possibilità di fare atti alla Masaniello o di cambiare tutto perché tutto non cambi. Ma un governo deve fare le leggi: se vuoi fare una riforma devi fare la riforma per legge». Il riferimento è alle prerogative del nostro Parlamento, «repubblicano e antifascista» che ha una sorta di protezione da parte degli atti di imperio decisi dal governo. Per questo l’esecutivo ha proceduto con cautela. È una risposta a chi chiedeva maggiori tagli sui costi della politica già in questa manovra.

Il Giornale continua a battersi per una riduzione del peso dell’apparato pubblico. E più volte ha sottolineato come tagli degli stipendi, delle pensioni e degli appannaggi del club Montecitorio sia non solo doveroso in sé, ma obbligatorio quando si chiedono sacrifici alla totalità della popolazione. Mutuando la terminologia del ministro utilizzata per il pareggio di bilancio, sosteniamo la necessità civile ed etica di tagliare i costi della politica. Sappiamo che non si realizza il pareggio di bilancio con la sola riduzione dei costi della politica. Ma crediamo anche che se il governo non si dà una mossa, di Masanielli in giro ne vedremo parecchi.

Non vogliamo dunque un governo Masaniello (ci basta quello di Napoli) ma ci si permetta una domanda non retorica. Un governo così rispettoso delle prerogative del Parlamento, davvero crede che lo stesso Parlamento che pochi giorni fa ha bocciato in modo bipartisan l’abolizione delle Province, sia in grado di tagliare qualcosa che lo riguardi? Poco prima della conferenza stampa del ministro, i parlamentari hanno infatti votato più o meno compatti contro il taglio di un ente inutile, che molti, degli stessi onorevoli, in campagna elettorale e suoi propri programmi avevano promesso di abolire.

«Cambiare tutto perché nulla cambi» è sottile ipocrisia della storia e della politica italiana, che oggi però sembra essere sostituita da una più pragmatica «non cambiare nulla perché nulla cambi». Ne acquistiamo in chiarezza, ma il risultato finale è il medesimo. Con tante Maria Antonietta che da una parte chiedono rigore e dall’altra reclamano rispetto e prerogative istituzionali. Mentre nel Paese la guerra della farina è stata sostituita con quella dei bolli.