Dove crede di essere Guidolin, nel rugby?

C’è un altro buon motivo per dividerci: il gol di Mutu. Una questione di fair-play, quasi morale. Noi, figurati. Per i pochi che hanno trascorso il week-end sulla luna: Guana, del Palermo, si accascia a centrocampo per un guaio muscolare, il viola Mutu prende la palla e va in porta, fingendo di non sentire le invocazioni a fermare sportivamente il gioco. L’occasione mette singolarmente di fronte due degli allenatori più corretti, ma così è la vita: sulla questione di principio, perché tale questo gol subito diventa, ci si impunta e ci si affronta. Arrivando anche ai ferri corti.
Per la verità, Prandelli è molto tranquillo: «Le nuove regole dicono che eventualmente tocca all’arbitro fermare il gioco. E poi Mutu ha proseguito un’azione molto lunga, non è che abbia buttato subito la palla in rete...». Dall’altra parte, una furia umana: Guidolin. Riassumendo: «Ho visto una cosa squallida. Mutu ha fatto una furbata, perché tutti hanno notato che Guana s’era fatto male. Ma voglio passargliela. A una furbata, però, si può rimediare. È per questo che ce l’ho col mio collega: avrebbe potuto fermare la squadra, farci pareggiare, quindi ripartire lealmente dall’1-1. Invece è riuscito solo a darmi del pazzo. Niente, con lui ho chiuso: per me non esiste più. Poi si fanno tante chiacchiere sulla lealtà... Spero solo che quando capiterà a me, riuscirò a comportarmi come si deve. Altrimenti significherà che non sono un uomo, ma un poveretto».
Allora, da che parte stare? Chi ha ragione? Entrambi hanno qualche buon motivo da esibire. Prandelli è Pra-gmatico: se c’è un infortunio deve fischiare l’arbitro, non ha fischiato, cosa vuoi da me? Guidolin è romantico-idealista, ascendente utopista: se c’è una furbata del singolo, in buona o in cattiva fede, il responsabile della sua squadra deve rimediare - come succede qualche volta in quei luoghi remoti e citatissimi del Nord-Europa -, ristabilendo il principio di sportività.
Mettiamola così: sarebbe meglio che avesse ragione Guidolin, ma purtroppo ha ragione Prandelli. Certo è molto bello pensare che una squadra, una volta consapevole d’aver rubato qualcosa, sia capace di restituire il bottino. Ma cerchiamo d’essere realisti: qui, in questa zona del mondo, in questo luogo pittoresco e scamiciato, dove i principi fondamentali su cui si basa la convivenza civile si chiamano furbizia e opportunismo, non ce lo possiamo permettere. Spiace per Guidolin, e anche un po’ per noi, ma se ci guardiamo allo specchio dobbiamo trarre inevitabili conclusioni. Qui, già nelle scuole calcio, chiediamo all’attaccante di buttarsi in area e al difensore di picchiare. A entrambi chiediamo di perdere tempo, quando ci troviamo in vantaggio. A rubare metri con la barriera, quando subiamo una punizione. A rubarli col pallone, se la punizione dobbiamo batterla noi. Spieghiamo così: per fare risultato, non bisogna andare per il sottile. E lo sport, amico mio, non è esercizio per signorine.
Certo, siamo anche quelli che citano sempre il modello del rugby, dove la gente si picchia cocciutamente, ma in modo onesto, senza carognate, con grandi strette di mano finali. Lo portiamo immancabilmente ad esempio, questo valoroso atleta del rugby. Lo ammiriamo e lo esaltiamo, questo individuo così leale. Ma diciamolo una volta per tutte: un conto è ammirarlo, un conto è esserlo.