Ma dove vuole andare Alleanza nazionale?

Dove va An? Io proprio non lo so, ammesso che qualcuno lo sappia, anche al suo interno. So però dove non può andare, per non perdere ogni identità. Non può andare verso il centro degli ex Dc, dove diventerebbe una corrente - più o meno vasta - della destra democristiana. Non può rincorrere i gruppi, vecchi e nuovi, che si sono formati alla sua destra, dove si troverebbe in una impensabile posizione pre-Fiuggi. Potrebbe, certo, confluire nel Partito (o Popolo) della Libertà, ma è un’ipotesi scartata a priori dal suo gruppo dirigente o - almeno - da Gianfranco Fini. Il problema di An è dunque, prima di tutto, darsi un’identità che la distingua dal polpettone degli ex dc, dalla destra massimalista e dal nuovo partito di Silvio Berlusconi.
Non condivido il pessimismo totale manifestato da Stenio Solinas su queste pagine. An ha espresso uomini che si sono dimostrati capaci di governare e di cambiare. E la fondazione Fare Futuro sembra la prova della volontà di guardare in avanti, piuttosto che indietro. Già nel luglio del 2006 Fini dette alcune indicazioni sulla svolta da dare al suo partito: il quale doveva trovare un suo punto di convergenza «tra cultura nazionale cattolica e socialismo riformista»; doveva essere capace di «rappresentare un’area vasta e plurale di culture e sensibilità diverse»; doveva pensare «al cittadino come persona, non solo come consumatore o lavoratore»; infatti, aggiunse, c’è nella destra «un’identità più profonda e quindi un senso etico della vita, spirituale o anche religioso». Tutte belle cose, certo, ma che non hanno avuto ancora modo di concretizzarsi, speriamo solo a causa delle contingenze politiche. E che, comunque, non identificano in modo abbastanza netto un partito che non può, pena una crisi fatale, scendere sotto la soglia del 10 per cento.
Semplificando, mi sembra siano due le aree politiche e culturali ancora sgombre che An potrebbe occupare. Una è quella della destra libertaria americana, per la quale mi batto - inascoltatissimo - da anni. Se sono inascoltato un motivo c’è, e evidentemente ho torto: l’elettorato di An e la sua classe dirigente non sono né pronti né intenzionati a compiere il gran salto che li porterebbe dalla destra più antica, quella postfascista, a quella libertaria. Per la crescita di questa destra nuova bisognerà far crescere, come una pianta di serra, i Radicali Liberali di Benedetto Della Vedova, sperando che ricevano altra linfa dal ritrovato Daniele Capezzone e dai pannelliani che dovessero seguire il suo esempio. Allora rimane soltanto lo spazio per un partito modernamente conservatore. Attentissimo, cioè, a delineare i confini fra un conservatorismo aperto ai cambiamenti della società e quello perdente e dannoso di chi pensa che solo il vecchio è buono. Un sano conservatorismo sarebbe, per esempio, difendere l’identità italiana dall’omologazione europea: uno spazio di manovra ancora vergine nella nostra politica.
Giordano Bruno Guerri