Il dovere di essere genitori anche con i figli assassini

Mi ha profondamente colpito l'articolo pubblicato ieri in prima pagina, dal titolo «Noi genitori traditi dalla menzogna» e firmato da Nicola Forcignanò.
Per riflettere sulla tragedia di Bormio (la morte del piccolo Renzo Giacomelli, falciato da due adolescenti in motorino) Forcignanò ha scelto di farlo davanti alla moto di suo figlio, stessa età dei due disgraziati omicidi.
Se mio figlio uccidesse un bambino e si fermasse subito a prestare soccorso, lo perdonerei? Sì, risponde il padre.
E se fuggisse via ma, dopo qualche ora, tornasse a confessare? Sì, anche se a fatica.
Ma se volesse cancellare dentro di sé il fatto, e davanti ai tg che parlano del bambino ucciso facesse finta di niente, e confessasse solo dopo quattro giorni? Allora no, risponde il padre: con infinito strazio, sarei io a cancellare mio figlio dalla mia vita, e non per quattro giorni, ma per sempre.
Forcignanò ha insegnato al proprio figlio qual è la differenza tra il bene e il male, e non dubita che anche i genitori dei due omicidi l'avessero fatto.
Il problema è, però, che tutto questo insegnare non basta a far tornare i conti. E quali sono i conti? I conti sono che i nostri figli non sono come vorremmo noi, meglio: che la realtà non è come vorremmo noi, perché, semplicemente, non l'abbiamo fatta e non la facciamo noi.
Il perdono è la libera risposta di un uomo a questa evidenza: è talmente evidente che noi non siamo niente (tant'è che mio figlio è morto a tre anni, e tuo figlio è diventato un assassino) che il solo atto ragionevole è il perdono. E più grossa è la tragedia, più grande è il bisogno di perdonare e di essere perdonati. Per cui l'aver nascosto il delitto per quattro giorni rende il perdono più difficile, forse, ma anche più urgente.
Dunque, se fosse stato mio figlio a fare quello che hanno fatto i due ragazzi di Bormio, io sono certo che la necessità di perdonarlo sarebbe come un urlo che mi investe da tutte le parti, e alla fine so che direi: ti perdono, e lo faccio di tutto cuore. E perdonare non significa cercare di evitargli la pena (com'è nel costume del familismo amorale dei nostri giorni) e nemmeno fargli nuove prediche, ma cominciare ad accompagnarlo. Per quanti progetti scintillanti abbia un padre su suo figlio, non può impedire che un caso idiota glielo uccida ad appena tre anni, e non può impedire nemmeno che sia proprio suo figlio a uccidere e poi a scappare come un coniglio, incapace di far fronte a quella realtà spaventosa. Non può impedire, in altre parole, che suo figlio sia solo come un cane, peggio di un cane, davanti alla cosa più grossa di questo mondo: l'uccisione di un bambino.
Possiamo insegnare ai nostri figli l'onestà, la rettitudine, il coraggio, ma per insegnare loro a stare da soli davanti a un evento sproporzionato bisogna esserci passati a nostra volta. E forse non basta nemmeno questo.
Perciò, anche se mio figlio avesse confessato dopo dieci giorni, dopo un mese, dopo un anno, questo non farebbe che accrescere il suo bisogno di non essere solo, di cominciare ad affrontare la vita (a partire dal carcere o dal riformatorio, che sono il primo pezzo di vita che si troverà davanti) in modo umano: cosa che non aveva imparato né dai corn flakes né dai professori compiacenti né dalla moto da cross né dalle più o meno giuste parole di papà e mamma.
Certe cose si comunicano non con le parole, ma con i fatti. Come mi diceva un prete, una volta: «Inutile che fai dire la preghierina ai tuoi bambini, la sera: l'importante è che ti vedano pregare».
Di ciascun figlio si diventa padri tante volte, non una soltanto. Quando i miei figli erano piccoli, ero per loro un papà-dio: la loro vita era nelle mie mani, la loro felicità o infelicità dipendeva da me. Poi i miei figli sono cresciuti e un bel giorno ho capito che la loro felicità non era più nelle mie mani: potevo solo renderli un po' più infelici, ma alle loro domande più importanti non ero più io a dover rispondere. Perciò non capisco come un uomo possa dire: no, da adesso in poi non voglio più diventare padre.
Possiamo non perdonare: ma davanti a quel corpo nato da noi, a quella faccia confusa ma familiare, com'è possibile che non ci sia, anche per un solo istante, in noi, un moto di pietà-uno, uno scatto-uno, sia pure involontario, che ci fa allungare la mano, alzare in piedi - magari per risederci subito, magari per ritrarre subito la mano e dire «no, mai»?
Ma finché quello scatto esiste, noi sapremo che la nostra condanna non è vera, è un atto volontaristico, giusto forse ma parziale, perché lascia fuori, non comprende quell'inspiegabile, contraddittorio, ridicolo eppure verissimo scatto d'amore, che è l'unica cosa interessante della vita.