Il dovere di opporci

C’è uno strano silenzio dei diversi esponenti dell’ebraismo italiano su un tema che è stato tanto dibattuto in Italia negli ultimi mesi, quello dei Dico, la legge sulle convivenze che è stata presentata e poi rallentata nel suo iter parlamentare. Anche Shalom, che nello scorso mese ha pubblicato alcuni articoli dell’argomento, ha dato delle spiegazioni, ma non ha riportato dichiarazioni e pronunciamenti ufficiali, né poteva farlo perché fino a quel momento non c’erano stati. Un silenzio che contrasta da una parte con il fortissimo intervento della Chiesa Cattolica su questo tema e dall’altra con la ormai abituale loquacità ebraica su tanti temi disparati, dalla politica alla bioetica.
Come gli ebrei italiani intervengano su temi di politica italiana o mediorientale lo sappiamo tutti. Su temi caldi di bioetica, ad esempio la fecondazione artificiale oggetto di referendum lo scorso anno, o nel dibattito sull’eutanasia sollevato dal caso Welby, gli interventi ebraici ci sono stati, anche se qualcuno, forse non bene informato, ha sostenuto il contrario, insinuando persino che un presunto nostro silenzio sarebbe dovuto alla riluttanza a non condividere pubblicamente le posizioni della Chiesa; ma il silenzio non c’è stato e le posizioni ebraiche in entrambi i casi non erano sovrapponibili a quelle della Chiesa. Passando invece al dibattito sui Dico, che coinvolge più in generale i temi delle politiche dello Stato sulla famiglia, è vero e anche strano che le istituzioni ebraiche non siano finora intervenute. Forse un motivo è che sull’argomento ci sono posizioni differenti. Ma ci sono due buoni motivi perché questo silenzio debba essere rotto, anche se l’esposizione di questi motivi non troverà consenso nel pubblico prima di tutto ebraico e solleverà grosse discussioni. Ma è giusto che queste discussioni ci siano.
Il primo dei due buoni motivi è esterno, nel senso che coinvolge la responsabilità dell’ebraismo verso la società esterna, l’altro è interno, riguarda la struttura e il futuro della nostra comunità. Vediamo il primo. Uno dei temi più delicati e controversi nella proposta di legge sui Dico è il riconoscimento giuridico delle convivenze tra persone anche dello stesso sesso; non è certo il matrimonio omosessuale accettato formalmente in altri Paesi, ma in ogni caso è una prima forma di riconoscimento legale di unioni omosessuali. Nel dibattito su questo tema entrano in gioco elementi di principio dei fondamenti della società moderna, la questione della laicità dello Stato, le libertà individuali, l’interferenza dei principi religiosi eccetera.
Che cosa ha da dire in proposito la tradizione ebraica? Una posizione politica abituale tra gli ebrei e spesso condivisa anche tra i più osservanti è quella di non intervenire nelle scelte di libertà che lo Stato fa per i suoi cittadini, riservando solo alla coscienza individuale il diritto e dovere di fare scelte rigorose personali su argomenti nei quali la legge dello Stato concede spazi permissivi e di libertà. Ma questa non è una regola che può valere sempre: secondo la Torà gli ebrei devono osservare 613 regole, ma questo non vuol dire che i non ebrei non debbano avere alcuna regola, perché in realtà le hanno anche loro, inquadrate in sette capitoli fondamentali (i cosiddetti precetti Noachidi); ed è nostro dovere come ebrei indurre i non ebrei a rispettare le loro regole. Come questo si possa realizzare è difficile dirlo, certo è che non possiamo rimanere indifferenti al superamento di determinati limiti, acconsentendo per esempio che la legge dello Stato ammetta l’omicidio, il furto, l’incesto. L’argomento di cui ora si dibatte rientra per certi suoi aspetti (non le convivenze in generale, quanto specificamente le coppie omosessuali maschili) in limiti ritenuti insuperabili. Il problema non sembra neppure tanto nuovo, come testimonia un passaggio del Talmud Babilonese (Chulin 92b) nel quale si dice che tra i pochi limiti che le nazioni del mondo non hanno superato c’è quello che non hanno ancora consentito di scrivere la Ketubbà ai maschi, anche se non stanno certo attenti a rispettare il divieto delle pratiche omosessuali; la Ketubbà è il contratto nuziale nel quale lo sposo si impegna con la sposa; «scrivere la Ketubbà ai maschi» significa sancire l’omosessualità con un regime di garanzie giuridiche ed economiche.
Insomma, anche se questo atteggiamento potrà essere considerato poco politically correct secondo la sensibilità attuale, non dobbiamo ignorare che secondo la nostra tradizione la società che sta per compiere queste scelte supera abbondantemente limiti illeciti e nostro dovere è opporsi a queste scelte, non rimanere indifferenti. Ovviamente gli unici nostri strumenti sono quelli della democrazia: la parola, il voto, ma non possiamo fare a meno di usarli. L’obiezione fondamentale è che in questo modo andiamo contro il libero diritto alle scelte individuali; ma su temi di «frontiera» come questi, che non sono affatto condivisi da ampie maggioranze, c’è anche il diritto (e il dovere) al dissenso; e non esistono mai diritti illimitati e alla definizione del limite si è chiamati collettivamente a decidere. Il secondo motivo per il quale il dibattito in corso non ci deve lasciare indifferenti riguarda le tematiche generali della famiglia. Questa legge è l’espressione di un mutamento radicale nelle strutture della società contemporanea, nella quale il tradizionale istituto della famiglia non rappresenta più il modello assolutamente prevalente di organizzazione. La società cambia e la legge ne deve tenere conto.
Quindi non avrebbe senso accanirsi contro una legge che cerca di dare qualche tutela e sicurezza, nonché di garantire delle forme di solidarietà verso i deboli che nella nostra tradizione sono di importanza essenziale. Quindi, salvo la riserva principale espressa sopra, se il problema è la difesa dei deboli dobbiamo essere favorevoli; ma bisogna vedere se questo è veramente il problema, e se la legge proposta sia in grado di risolverlo. Ma il problema per noi è un altro, perché il dibattito generale in corso ha deformato le prospettive, riducendo la questione all’opposizione tra i difensori delle libertà civili e i difensori (come la Chiesa Cattolica) del modello tradizionale di famiglia. È un dibattito appassionante, ma se ci si ferma a queste due polarità si rischia di ignorare quello che deve essere il vero problema per noi e che sta all’origine della legge e che, a parte questa legge, ci coinvolge come ebrei italiani in un modo devastante, anche se sembra che non ce ne siamo ancora accorti: la società ebraica italiana (come nel resto del mondo occidentale) ha fatto suoi i modelli di organizzazione della società non ebraica, anzi molto spesso li ha anticipati, ma il prezzo che ha pagato e sta pagando per questa sua scelta collettiva è l’evoluzione verso la drastica contrazione numerica, in alcuni luoghi quasi l’estinzione. Basta guardare i dati della tabella, che mostrano quanti eravamo trenta anni fa e quanti siamo ora.
In alcune Comunità c’è stata una riduzione percentuale fino al 45%. Solo Roma sembra essersi un po’ salvata dal «ciclone» demografico, ma i risultati attesi a medio termine non sono incoraggianti. Le cause del disastro sono molteplici: ci si sposa di meno e molto più tardi, si fanno molti meno figli (anche perché ci si sposa tardi), i vincoli matrimoniali sono molto instabili (separazioni, divorzi), la popolazione generale invecchia e il numero dei morti ogni anno supera quello dei nati. A questo si aggiunge il problema dei matrimoni misti (quando ci sono, molto spesso sono solo convivenze); senza entrare nel merito delle problematiche religiose, è innegabile dal punto di vista sociale che queste unioni sono il segno di un rapporto debole con l’ebraismo e che da due partner, uno non ebreo e l’altro debolmente legato all’ebraismo, nella grande maggioranza dei casi la discendenza sarà ancora più debolmente legata all’ebraismo e a ben poco servirà, in termini ebraici, la conversione formale richiesta da un genitore. Questo è ciò che per noi significa modificazione (o crisi) del modello tradizionale della famiglia. Forse la società circostante si può permettere (fino a un certo punto) di rimodellarsi secondo le modificate condizioni economiche e sociali. Noi no. E allora deve essere chiaro che se facciamo del dibattito sui Dico una bella questione di diritti civili non abbiamo ancora capito niente dei nostri veri problemi. È urgente una presa di coscienza di tutti e della leadership in particolare e l’inizio di una politica seria sul tema della famiglia.
Riccardo Di Segni
*Rabbino Capo di Roma
(Questo articolo sarà pubblicato nel prossimo numero della rivista Shalom che ci ha concesso gentilmente l’anticipazione)