«Dovevano fermare l’inchiesta perché coinvolgeva seriamente Mastella e il premier Prodi»

MAI VISTO «Con il governo Berlusconi c’erano sempre proteste: ma non ho mai visto un Guardasigilli chiedere di trasferire chi indaga sull’esecutivo»

Ecco le dichiarazioni rese durante diversi interrogatori dall’ex sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris: «... Con l’inchiesta Poseidone e Why Not mi hanno voluto lanciare un messaggio secondo me per fermarmi, perché non sapevano ancora del livello che avevano raggiunto le inchieste Toghe Lucane e Why Not. Io non mi sono fermato di un centimetro (...). Allora hanno dovuto accelerare in modo fortissimo la richiesta di trasferimento cautelare e qui si sono innestate poi, evidentemente, delle “sinergie istituzionali” perché ovviamente è inquietante il silenzio istituzionale sulla vicenda, per esempio del trasferimento cautelare e in qualche modo del coinvolgimento di Prodi e di Mastella».
«COSÌ CLEMENTE SI È IMMOLATO PER ROMANO»

«Cioè, mi chiedo questo, è una cosa... una riflessione che penso se ci fossimo trovati nel governo Berlusconi quando, per esempio, c’erano sempre delle proteste fortissime ogni volta che Berlusconi faceva... giustizia, io credo che non si è mai visto che un ministro della Giustizia chieda il trasferimento di un magistrato che indaga sul presidente del Consiglio (Romano Prodi, ndr) di cui lui è ministro e che regge in modo determinante la maggioranza che è un po’ fragile, e soprattutto chiede il trasferimento del magistrato che sta lavorando in qualche modo su di lui perché ci sono nel procedimento, e il ministro Mastella lo sapeva benissimo, intercettazioni che lo riguardavano direttamente. Cioè a fonte di questo io mi sarei aspettato che non si arrivasse a una richiesta di questo tipo, quindi vuol dire necessariamente che si è disposti a mettere sul tappeto il rischio di una rottura istituzionale sui rapporti tra esecutivo e magistratura».
«IL PREMIER AVEVA FRETTA... »
«La posizione centrale era quella che ruotava intorno all’indagato Antonio Saladino. Io sono convinto che l’urgenza era dettata soprattutto dalle posizioni di Prodi e Mastella, seppure è una mia valutazione, cioè che c’era una preoccupazione che le investigazioni potessero rafforzarsi su queste due figure, cioè questa è la percezione, se no non mi so spiegare un’urgenza e un provvedimento come quello del ministro Mastella, perché essendo inconsistente la relazione Mantelli (dal nome di uno degli ispettori ministeriali, ndr), cioè non posso credere che un magistrato possa essere spostato per quello, un magistrato che guarda caso ha l’indagine che coinvolge... cioè, non si può fare un atto politico così forte, così invasivo, così criticabile, se non c’è un’urgenza di intervenire. Allora, io capisco che possa aver avuto io pressioni, cioè loro pressioni anche da magistrati di Toghe Lucane, e ci sono sicuro, però in quel momento l’obiettivo finale era la sottrazione dell’indagine Why Not e quindi l’indagine sui finanziamenti pubblici, di questo ne sono convinto come sono convinto che ci sono forti pressioni sulla vicenda Toghe Lucane. Con Tufano (procuratore generale di Potenza, ndr) però non c’è la stessa urgenza, altrimenti il procuratore mi avrebbe avocato anche Toghe Lucane prima dell’estate. C’è arrivato a un passo ma non l’ha fatto, quindi là mi ha colpito con l’ispezione però credo ci fosse una urgenza del ministro a intervenire.. .».

«I SOLDI PUBBLICI DI CLEMENTE»
«Dell’iscrizione sul registro degli indagati del ministro Mastella eravamo a conoscenza in pochissime persone. Ho fatto l’iscrizione, avevo preparato dei provvedimenti di acquisizione presso il quotidiano Il Campanile, giornale dell’Udeur, dove si dovevano dimostrare i rapporti tra Mastella, l’imprenditore (...) e il generale della Gdf (...) e soprattutto che una parte dei soldi vengono dati al Campanile dallo Stato. Mastella li utilizzava lui e i suoi familiari per cose private, un’attività molto delicata che viene compromessa in modo decisivo dall’avocazione che viene fatta. È il modo come viene fatta. Non so se Dolcino Favi (avvocato generale dello Stato, ndr) come sia intervenuto (...). Why Not coinvolgeva il ministro (Mastella, ndr) tanto che il ministro si è speso pubblicamente nel dire che la mia richiesta di trasferimento non c’entrava con Why Not, dato falso, tanto è che pochi giorni dopo per supportare l’accusa nei miei confronti che ha fatto arrivare al Csm ulteriori elementi di accusa riguardanti proprio Why Not dicendo, ulteriore dato falso, che veniva danneggiata l’indagine perché io la potevo continuare. E questa mi sembra una cosa impossibile perché se il ministro chiede il trasferimento cautelare e il trasferimento veniva eseguito, l’indagine non la continuavo».
«PALAZZO CHIGI E IL RICICLAGGIO»

«L’accelerazione nei miei confronti era evidente, cioè loro dovevano fermare l’inchiesta Why Not e si comprende perché, perché è un’inchiesta che coinvolge in modo serio il presidente del Consiglio (Romano Prodi, ndr) con ipotesi di reato serie e sicuramente già accertate nei confronti dei suoi strettissimi collaboratori, in particolare Scarpellini, Gozi e altro, che lasciava intravedere un discorso molto interessante di riciclaggio di denaro dalla Calabria a San Marino, tant’è che io ero riuscito a ottenere la piena collaborazione della dottoressa (...). Questa è la frustrazione di questa vicenda, perché io ero riuscito a coinvolgere ed avere l’appoggio di istituzioni ai massimi livelli, come addirittura il direttore dell’ufficio antiriciclaggio della Banca d’Italia, dottor Righetti, che stava lavorando con me su San Marino in tempo reale, i risultati che stavamo raggiungendo erano straordinari. Quindi c’era un interesse a fermare le mie metodologie di lavoro, la capacità di penetrazione, di cui diciamo vado orgoglioso e non voglio sembrare presuntuoso, ma le idee le avevo molto chiare su questa indagine».
«LE ARMI E I COLLABORATORI DEL PRESIDENTE»

«A un certo punto i miei consulenti, Genchi e Sagona, mi hanno detto che anche per la loro collaborazione con me stavano cominciando ad avere una serie di difficoltà e pressioni interne, quello è importantissimo perché il filone che portava a San Marino. E San Marino significava, sostanzialmente, l’indagine che riguardava gli uomini vicinissimi al presidente del Consiglio, Romano Prodi, e si tenga presente tra l’altro che un altro filone d’indagine che avevo cominciato a perseguire, non avendo ancora fatto alcun atto ma stavo per cominciarlo a fare, era un giro di traffico d’armi perché nell’indagine Why Not e Poseidone è uscito fuori il coinvolgimento di (...). E soprattutto erano emersi una serie di collegamenti molto strani tra Piero Scarpellini, che è uno dei principali collaboratori di Romano Prodi e l’Africa. In particolare anche il giorno delle perquisizioni che noi cominciammo alle sette del mattino, Scarpellini si trovava in Libia ed era partito stranamente la notte per Tripoli e una pista che stava venendo fuori da alcuni atti anche acquisiti era questa serie di viaggi molto strani di Scarpellini in paesi del nord Africa e del centro Africa».
«STAVAMO PER INCASTRARE L’EX GUARDASIGILLI»

«Stavamo entrando nel pieno del coinvolgimento del ministro Mastella soprattutto sul discorso dei finanziamenti pubblici che lui otteneva, come venivano gestiti da Il Campanile, come il ministro Mastella utilizzava il quotidiano dell’Udeur in realtà a fini privatistici, con l’imprenditore V. C. che ha strettissimi rapporti con molte persone del Parlamento dove ha fatto dei lavori (servizi, ristorazione) con una certa Cristina M. che è la responsabile di Margot, che sono i circoli della Margherita, con Antonietta M., interessi su realizzazioni di lavori per la Gdf in Calabria. Insomma, stavo nel pieno dell’indagine, avevamo in corso un’attività di intercettazione delicatissima con la procura di Milano sulla realizzazione dei parchi ionici in Calabria, quando (...) ».
«COLLEGAMENTI CON L’OMICIDIO FORTUGNO»

«Non solo, erano anche in corso accertamenti delicatissimi e riservatissimi, in contatto con la procura della Repubblica di Reggio Calabria, sui margini dell’omicidio Fortugno perché io sono titolare di un’indagine molto delicata dove ho subìto un tentativo di sottrazione da parte del procuratore Lombardi (...). In una vicenda collegata a un certo punto uscivano fuori nomi importanti collegati a un certo Renato D’Andria (...). Ero riuscito a scoprire quali erano i politici che si trovavano dietro queste società in materia ambientale e i nomi più ricorrenti negli ultimi giorni, vi parlo delle ultime ore prima che mi venisse avocata Why Not, erano Nicola Adamo dei Ds, vicepresidente della giunta regionale, l’assessore all’ambiente Diego Tommasi (...) e da quel che dicevano i carabinieri della compagnia di Crotone con i quali stavo lavorando in modo molto intenso e riservato, che si parlava addirittura di somme indebite di denaro, mazzette, non so, qualcosa di questo tipo, al presidente della giunta regionale Agazio Loiero».
«SOSPETTAVAMO MAZZETTE AI DS E LOIERO»

«Tenga presente che nell’indagine emergeva anche il nome di Minniti, che era viceministro dell’Interno con delega alle forze di polizia, da poco nominato segretario regionale nel Partito democratico (...). A un certo punto, c’era un canale istituzionale da attivare su una determinata vicenda, c’era anche una richiesta del Dna che aveva fatto, se non ricordo male, una richiesta di decreto di perquisizione che io ho fatto a giugno 2007 nell’indagine di San Marino, io citavo a un certo punto di rapporti anomali di un magistrato della procura nazionale antimafia con utenze belghe. La cosa strana, che mi ha colpito molto, è che questo carteggio che doveva essere riservatissimo con il procuratore della Repubblica, quindi protocollo riservato, lo trovo in mano agli ispettori del ministero della Giustizia quando sono stato audito il 19 settembre 2007 (...). Salto sulla sedia e dico all’ispettore: “Scusate, ma voi come l’avete questa carta?”. C’era un corto circuito (...) ».
«COSÌ MI HANNO PUNTATO GLI ISPETTORI»

«Mi sono presto reso conto di essere io il problema. Rimango colpito a fronte di una serie di colleghi con collusioni e opacità evidenti che io ho segnalato, che non sono stati minimamente sfiorati da attività ispettive. Io sono stato monitorato tre anni da pool di ispettori, impiego di forze, mezzi, uomini, soldi. Io dissi, feci una battuta un giorno al procuratore Lombardi quando nel 2005 venne per la prima volta Miller (il capo degli ispettori, ndr) perché lui aprì le danze (...). Dissi, “Procuratore vuole la mia previsione? Questi metteranno le tende a Catanzaro e non se ne andranno più perché sono venuti per le indagini che stiamo facendo, punto”. Cosa che si è puntualmente verificata».
«DAL CSM DI MANCINO AL DELITTO DI VIA POMA»

«Il nome di Nicola Mancino è emerso nell’inchiesta Toghe Lucane (per i rapporti con l’indagato Saladino, ndr) oggetto di contestazione disciplinare. Il consigliere del Csm Roja mi risulta legato al giudice Simone Luerti, presidente dell’Anm che ha rapporti con la Compagnia delle Opere di Saladino, ed avrebbe usufruito di un alloggio a Lamezia messo a disposizione proprio da Saladino. Il procuratore generale della Corte di cassazione, Mario Delli Priscoli - l’ufficio da lui diretto ha chiesto il giudizio disciplinare nei miei confronti con una istruttoria dai tempi rapidissimi e con modalità che mi fanno pensare a una “dubbia” prevenzione nei miei confronti - ha il figlio, professore Francesco, che si è occupato del sistema Umts e di informatica, oggetto di Why Not, che pare sia stato nominato consulente a Palazzo Chigi, forse quando c’era D’Alema. Riferimenti su Francesco Delli Priscoli vi sono anche con riguardo al caso di Simonetta Cesaroni in via Poma, uno dei magistrati che si occupò del caso è Settembrino Nebbioso, salito poi ai vertici del ministero della Giustizia, il cui nome è nell’agenda di Saladino. Poi il pg della Cassazione, Vito D’Ambrosio, che si è occupato dell’istruttoria nei miei confronti, ho saputo essere stato per 10 anni presidente della giunta delle Marche in quota Ds. Se si considera che le indagini hanno riguardato anche il centrosinistra, la cosa non può non lasciarmi perplesso».

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it