«Dovevo essere l’anti Carrà ma amavo troppo il jazz»

Molti la ricordano come svampita sexy, ragazzina da sogno mentre cerca di sedurre in tv, con le sue moine e i suoi cinguettii, un serissimo Fred Bongusto nella canzone Quando mi dici così. Era il 1971 e l’inglesina Minnie Minoprio turbava i sonni degli italiani di una tv in bianco e nero e monocanale che sembra ormai legata all’età della pietra. «Antonello Falqui e Don Lurio mi chiamarono per il mio aspetto allegro, gioioso e quindi ancora più provocante - ricorda Minnie - ma la tv del sabato sera a quel tempo la guardavano tutti e quindi quella gag sollevò un vespaio. A vederla oggi è veramente innocente, e anche di classe, ma allora era troppo sexy e provocò addirittura un’interpellanza alla Camera». Così Minnie si trovò sulla bocca dell’Italia intera per una gag innocente.
Arriva in Italia per gioco e si fa ben volere da tutti nello spettacolo leggero. Però nonostante le minigonne e l’arietta maliziosa lei ha ambizioni serie. Coltiva il jazz con i migliori solisti italiani («Ho lavorato col patriarca del jazz tradizionale Carlo Loffredo, con la New Dixieland Band di Marcello Rosa, con Basso e Valdambrini, Sellani») e da qualche mese, insieme al secondo marito, ha aperto a Roma il punto d’incontro per jazzofili Cotton Club, dove si esibisce regolarmente. «Ho cominciato a cantare swing negli anni Sessanta e a metà degli anni Ottanta ho abbandonato la canzonetta. Amavo troppo il dixieland, Gerry Mulligan e Chet Baker. Ora ho questo locale dove si radunano appassionati ma anche neofiti. Vorrei che la gente capisse che il jazz è anche divertimento, che fa ballare, battere il piede. A volte invece organizzo spettacoli di blues dove leggiamo testi di brani di Bessie Smith o di classici come Summertime in modo che il pubblico sappia di cosa si parla. Sto incidendo anche un nuovo album con Michael Rosen al sax». Sembrano lontanissimi gli anni in cui faceva la sciantosa - o la progenitrice delle Veline - portando dall’Inghilterra una ventata d’entusiasmo e di leggerezza. «Sono nata a Londra e lì ho studiato all’Arts Educational School che mi ha dato una infarinatura in tutte le discipline. Ho imparato a ballare, a cantare persino la lirica, a recitare copioni impegnati e leggeri e poi sono passata all’Accademia di Danza Classica».
Una versatilità che Minnie mette in mostra precocemente nel teatro brillante; a 15 anni debutta a Londra in Cinderella, rilettura del glorioso musical scritto per la Tv da Rodgers & Hammerstein. «È un segno del destino che io abbia debuttato al Colosseo, un teatro che ora non c’è più, sostituito dalla National Opera». Il protagonista è Tommy Steele, un campioncino del rock and roll inglese (nato con la parola d’ordine: adesso che Elvis è nell’esercito creiamo un esercito di Elvis)che incise solo due canzoni e usò la musica come trampolino per tuffarsi nel più remunerativo ruolo di attore e stella della tv. «Era un bellissimo ragazzo con ottime qualità, buttato sulla ribalta come rocker e trasformato in attore. Era affascinante, in quel periodo era una stella e girò qualche film importante prima di sparire». Minnie invece non sparisce, pur senza imprese clamorose gira con diverse compagnie inglesi ma, giovane e curiosa, decide di vedere che aria tira in Italia. «Venni nel 1959, naturalmente per cantare il jazz, e fu così che feci colpo su Walter Chiari. Lui era uno showman geniale ed era affascinato da tutto ciò che veniva dall’America; era il periodo in cui corteggiava Ava Gardner. Così rimase impressionato da una ragazzina che cantava ballate e motivetti swing. Simpatizzammo, lui aveva un’energia contagiosa e per otto mesi diventai la coprotagonista della rivista Io e la margherita, un grosso successo». Ma la Swingin’ London covava rivoluzioni artistiche di portata storica, c’era grande fermento, noi eravamo una lontana provincia dell’impero, perché restare qui... «Infatti tornai a casa e lavorai duramente, fino a diventare primattrice nella Compagnia Stabile del Teatro di Coventry. In una pausa di lavoro, seppi che l’impresario di Walter Chiari stava cercando attrici e ballerine per il film Cleopatra, così mi presi una pausa di tre mesi e tornai da voi. Poi si sa come succede, l’Italia ti seduce e non solo lei. Girai il film, sposai il mio primo marito e restai qui. Ho dovuto reinventarmi un po’, imparare la lingua, ma sono stata una privilegiata e non ho mai avuto problemi o difficoltà». Ma ha fatto più la bellezza o il talento? «Be’ ero fresca, giovane, carina, in minigonna e abiti succinti distraevo un po’ lo spettatore, ma credo che la mia preparazione di base, così diversificata, mi abbia aiutato. E poi il fatto che ho sempre preso tutto con allegria». Eppure il talento doveva averlo, dato che è stata catturata da due vecchie volpi come Garinei e Giovannini in spettacoli come Ciao Rudy con Marcello Mastroianni. «Interpretavo Bonita e Giannini che era burbero diceva: “Come può fare la spagnola se è angloirlandese?”, ma Garinei che era più gioviale ed era un signore cambiò le battute per giustificare la mia parte». Al cinema invece non le è andata troppo bene. «Be’ ho avuto le mie occasioni. Fellini mi ha chiamato per Amarcord. Per la parte di Gradisca voleva un’attrice come Sandra Milo, che era la sua musa. Una un po’ svampita, riccioluta, dinoccolata. Andammo diverse volte a pranzo e alla fine mi disse: “Sei bellissima ma sei troppo magra, per quella parte non hai le tette. Facciamo così, se entro un mese torni e sei ingrassata al punto giusto ti prendo”. Non ci provai neppure, e alla fine mi scrisse una lettera splendida». Ma il cinema non la interessa o è la storia della volpe e l’uva? «Ho fatto alcune cose con Aldo Giuffrè, ma nei film ci sono troppi tempi lenti, io amo il movimento, l’improvvisazione, quindi il ballo e soprattutto il jazz. Poi al cinema devi recitare una parte, io invece amo essere me stessa». Nessun rimorso, nessun rimpianto quindi. «Non ho manie di grandezza; il successo mi è piaciuto e mi piace ancora, ma non tradirei le mie scelte. Quando ho capito che il jazz sarebbe stata la colonna sonora della mia vita mi sono sentita realizzata. Amo cantare i blues, i classici di Count Basie e Duke Ellington, e allora ricordo il passato come qualcosa di molto piacevole ma anche distante. Oggi non sono molto conosciuta ma benvoluta dal pubblico che mi interessa di più. In tarda età sono apprezzata finalmente per ciò che sono. Il momento più bello della mia carriera? Non ci crederete. Quando cantai a Montecarlo in una serata di gala dopo un Gran Premio. Davanti ai reali e a un grande pubblico entrò un pianoforte bianco e io interpretai You Are So Beautiful». Eppure ci fu un periodo in cui Minnie in tv andava forte; la chiamavano la nuova Carrà e la loro rivalità occupò le pagine di tutti i giornali. «Ma era una speculazione giornalistica. Ero simpatica alla stampa e mi proposero come l’antiCarrà, ma io non avrei mai potuto rivaleggiare con Raffaella, anche perché lei aveva alle spalle un esercito di manager e produttori: io solo il pubblico. Sarebbe stata una battaglia persa. Così col mio secondo marito Carlo Mezzano abbiamo cominciato a produrre spettacoli ed ora siamo al Cotton Club».