Dow Jones record ma a Wall Street non si festeggia

Indice a quota 11724: superato il primato del gennaio 2000

Rodolfo Parietti

da Milano

Ha retto per più di sei anni e mezzo, da quel 14 gennaio 2000 in cui Wall Street aveva festeggiato il record storico del Dow Jones, salito fino a quota 11722,98. Ieri, quel primato è caduto: per qualche istante, le lancette dell’indice più rappresentativo della Borsa di New York si sono posizionate sugli 11724,86 punti. Un nuovo massimo assoluto accolto senza squilli di tromba, quasi con indifferenza dagli investitori. Meglio così, probabilmente. Perché la lunga cavalcata del listino americano rischia di non aver seguito.
Sia chiaro: il 55% circa di guadagno accumulato dal Dow Jones dalla fine di settembre 2002, punto più basso del terzo millennio, a oggi nulla ha da spartire con il periodo fintamente aureo della new economy e con «l’esuberanza irrazionale» di greenspaniana memoria. Il record raggiunto nel gennaio 2000 fu il canto del cigno di quella bolla speculativa. Il brusco cambio di registro imposto dalla tragedia dell’11 settembre e dal conseguente ciclo recessivo ha poi costretto Wall Street a pagare un prezzo ulteriore. Ma il mercato Usa ha saputo reagire: anche ai colpi di maglio alla propria credibilità portati dalla bancarotta Enron; anche ai ripetuti rincari del petrolio, le cui quotazioni galleggiavano ancora attorno ai 30 dollari nel 2001; e perfino alle 17 strette consecutive del costo del denaro decise a partire dal giugno 2004 dalla Federal Reserve.
Merito di un ciclo economico fortemente positivo nel triennio 2003-2005 (fenomeno in parte connesso ai cospicui investimenti effettuati nella difesa per finanziare lo sforzo bellico), grazie al quale le imprese hanno recuperato ampi margini di profitto. Le aziende, tra l’altro, hanno potuto far leva su una politica di deprezzamento del dollaro che, seppur mai ufficializzata, è stata (e continua a essere) fortemente sostenuta dalla Casa Bianca. Gli sgravi fiscali decisi da George W. Bush, nonostante i ripetuti richiami ricevuti per gli squilibri del bilancio federale, hanno inoltre messo nelle mani degli americani 110 miliardi di dollari da spendere. Anche a Wall Street. Il miglioramento del mercato del lavoro, e quindi della fiducia dei consumatori, ha aumentato le spese private, e finito dunque per alimentare il circolo virtuoso dell’economia.
I progressi realizzati da Wall Street dal 2002 in poi poggiano quindi su basi ben più solide rispetto alle fondamenta d’argilla dei tempi della new economy. Eppure, le possibilità di un ulteriore rafforzamento degli indici della Borsa Usa non sono molte, essendo legate a un quadro congiunturale in evidente indebolimento. Proprio ieri il dipartimento al Commercio ha reso noto il dato finale del Pil relativo al secondo trimestre: più 2,6%, un dato nettamente inferiore alla stima precedente (2,9%) e, soprattutto, al più 5,6% messo a segno nel periodo gennaio-marzo. Anche se per ora il mercato del lavoro tiene (le richieste di sussidi sono scese di 5mila unità nelle ultime quattro settimane), la decelerazione è palese, anche sul versante dei consumi (da cui dipendono i due terzi dell’economia Usa), e non potrà che impattare sui conti delle imprese. A questo proposito, la Securities Industry Association ha già previsto per il 2007 una contrazione dei profitti per i membri del New York Stock Exchange e del Nasdaq del 23%, a 19,6 miliardi di dollari, sia a causa della minor crescita dell’economia statunitense, sia per i più ristretti margini dovuti alla maggior concorrenza nelle transazioni elettroniche.
Le sorti di Wall Street sembrano inoltre legate alla capacità del settore immobiliare di atterrare in modo morbido. Perché l’eventuale scoppio della bolla, secondo alcuni retaggio della politica deflazionistica promossa da Greenspan, avrebbe conseguenze serie sul mercato azionario. Infine, resta da vedere in quale direzione si muoverà la Fed. È probabile il mantenimento fino alla fine dell’anno dei tassi all’attuale livello (5,25%), ma nel 2007 le mosse di politica monetaria potrebbero dipendere più dall’andamento dell’inflazione che dallo stato di salute dell’economia.