Dpef, pronti cinque miliardi per varare le grandi opere

Maroni: «Finora il governo non è riuscito a frenare la spesa corrente»

Antonio Signorini

da Roma

A un giorno dalla distribuzione ai ministri, la bozza del Documento di programmazione economica e finanziaria stilata da via XX settembre accende il dibattito nel governo sia sul fronte delle previsioni macroeconomiche sia su quello degli impegni per la spesa. Ieri il ministro delle Infrastutture Pietro Lunardi ha confermato le indiscrezioni sulle risorse che la prossima finanziaria stanzierà per rilanciare la realizzazione delle opere pubbliche: cinque miliardi di euro. «Lo confermo, me l’hanno comunicato e mi auguro che mantengano le promesse. Spero che il mio amico ministro Siniscalco insieme naturalmente al governo lo facciano - ha proseguito Lunardi - e sono ben contento perché si tratta di risorse che ci servono per portare avanti il nostro piano delle infrastrutture».
Il Dpef preparato dal titolare dell’Economia, Domenico Siniscalco, non entra nel dettaglio, ma le opere da realizzare o completare sono soprattutto quelle del Sud come - ha elencato Lunardi - gli ultimi maxi lotti della Salerno-Reggio Calabria, la Jonica e altre opere in Sicilia. Ma le risorse riguarderanno anche altre infrastrutture al Nord: la Pedemontana lombarda e la Pedemontana veneta che «hanno subito rallentamenti sia a causa delle risorse ma anche per gli enti locali che non sempre ci agevolano».
Sul dibattito, più che i progetti, hanno pesato soprattutto le previsioni macroeconomiche contenute nel Dpef. Il segretario generale della Cisl Savino Pezzotta ha parlato di «dati inquietanti» riferendosi alla crescita nulla nel 2005 e al conseguente peggioramento del deficit che, nella bozza del governo così come nelle previsioni dell’Unione europea, dovrebbe arrivare al 4,3 per cento. Proprio ieri i 25 Stati membri dell’Ue hanno raggiunto un accordo sulle «raccomandazioni» all’Italia che saranno formalizzate all’Ecofin di martedì.
Il ministro del Welfare Roberto Maroni ha sottolineato come fino ad oggi il governo non sia riuscito a fermare l’aumento della spesa corrente dello Stato. Il Dpef punta tutto sul rigore e su quella che lo stesso Maroni definisce una spesa «virtuosa», cioè quella per gli investimenti. Ma per la prossima finanziaria il ministro leghista sottolinea come la strada non debba essere quella di tagliare ulteriormente la spesa degli enti locali che «hanno bisogno di queste risorse per le politiche sociali» (il fondo sociale, ha assicurato Maroni, non dovrebbe comunque essere toccato). Piuttosto - ha ribadito il responsabile del Lavoro e delle politiche sociali - bisogna puntare sul blocco del turn over nella pubblica amministrazione e aumentare la mobilità dei dipendenti dello Stato.
A favore di una stretta sulla spesa corrente anche il ministro delle Risorse agricole Gianni Alemanno che si è però espresso contro le privatizzazioni, uno dei capitoli più importanti del Dpef con un piano di cessioni per 45 miliardi nel giro di tre anni. Il ministro di An si dice contrario a quelle «fatte per esigenze di cassa. Le privatizzazioni vanno fatte per rompere i monopoli e per le strategie industriali». Nel governo c’è anche chi in questi giorni ha cominciato a interrogarsi sull’utilità dei Dpef, così come diventati negli anni. Un’eco dei ragionamenti rimasti finora confinati ai colloqui privati è arrivata dal vicepremier Giulio Tremonti. Ieri in un’intervista ha definito i Dpef «seminariali», perché «le procedure, la discussione durano troppo a lungo. I documenti fondamentali - secondo Tremonti - sono il programma che si presenta in Europa e la finanziaria che si presenta in Italia».