Dpef, sì tra le polemiche. Il premier sfida Epifani: "Firma tutto il welfare"

Approvato il programma 2007-2009. La sinistra potrà rifare la Biagi. Prodi tiene aperta la porta a modifiche in aula. Diliberto: "Inganno"

Roma - Il protocollo su pensioni, welfare e lavoro va firmato per intero. Ma il testo dell’intesa non è blindato perché sono possibili modifiche in Parlamento e anche nell’attuazione, da decidere insieme ai sindacati. Il premier Romano Prodi ha risposto alla lettera che gli aveva inviato Guglielmo Epifani, nella quale il leader della Cgil gli chiedeva se fosse possibile sottoscrivere solo una parte dell’intesa. «Per quanto riguarda il protocollo, confermo che esso andrà sottoscritto per intero», ha scritto il presidente del Consiglio.

Una blindatura dell’intesa? Non sembra. Prodi ha anche scritto che il Parlamento è sovrano. E al sindacato ha fatto sapere che successivamente ci sarà «la difficile fase di applicazione del protocollo stesso». Una formula che lascia spazi a modifiche, anche di sostanza, alle misure studiate del ministero del Lavoro. «Invitiamo Epifani a non cadere nell’inganno», ha detto il segretario del Pdci Oliviero Diliberto.

Il protocollo è stato anche il protagonista del primo passaggio parlamentare del Dpef. Nessuna sorpresa sul voto. Si sono espressi a favore della risoluzione che accompagna il Documento di programmazione economica e finanziaria 159 senatori, contro 147. Giulio Andreotti è stato l’unico astenuto. Rita Levi Montalcini ed Emilio Colombo hanno invece votato a favore mentre il senatore dissidente della sinistra, Franco Turigliatto, non ha partecipato. Scampato pericolo, quindi.

Ma non senza conseguenze, visto che il testo della risoluzione è un compromesso tra posizioni molto distanti. È andata male soprattutto ai riformisti della maggioranza che ieri avevano esordito presentando un emendamento, a firma Lamberto Dini e Natale D’Amico nel quale si chiedeva di tenere sotto controllo la spesa primaria per centrare l’obiettivo di pareggio strutturale del bilancio pubblico nel 2011. Una provocazione, secondo Rifondazione comunista e gli altri partiti della sinistra, che hanno ottenuto, grazie alla mediazione di Anna Finocchiaro, presidente del gruppo dell’Ulivo, il ritiro dell’emendamento.

In cambio a Dini è stato concesso che a settembre, con la nota di aggiornamento del Dpef, il governo si impegni sui tagli. E anche questo compromesso non è piaciuto alla sinistra radicale che ha accusato il sottosegretario all’Economia Nicola Sartor di avere annunciato una soluzione ambigua perché antepone il taglio della spesa pubblica a un suo «monitoraggio» e «più razionale impiego».
Tra i colpi di scena della giornata c’è stata la ripresentazione dell’emendamento Dini da parte del centrodestra e la relativa bocciatura da parte del centrosinistra. E, in mattinata, la nuova offensiva parlamentare di Roberto Calderoli, capogruppo leghista al Senato. Mercoledì la Lega aveva presentato le proposte sul Dpef, puntate su famiglia, imprese e infrastrutture. Ma ieri mattina Calderoli ha aggiunto degli emendamenti che recepivano in pieno l’accordo governo-parti sociali su pensioni, welfare e lavoro. E la maggioranza li ha bocciati, «creando i presupposti perché tutti questi argomenti non possano più trovare spazio in Finanziaria», ha osservato.

Sale sulle ferite della maggioranza. Perché la sinistra ha usato la risoluzione sul Dpef proprio per cercare di smontare l’accordo governo-parti sociali sul superamento dello scalone previdenziale del centrodestra e, soprattutto, sul mercato del lavoro. Rifondazione comunista, i Comunisti italiani e i Verdi - in linea con la Cgil - considerano il protocollo stilato dal ministro del Lavoro Cesare Damiano come una riproposizione della Legge Biagi. E la risoluzione sembra voler stravolgere l’impianto dell’intesa, visto che impegna il governo a modificare la riforma del lavoro «in coerenza con le linee programmatiche», così come chiedeva la sinistra estrema. E a circoscrivere i contratti a termine oltre il limite individuato dal governo nell’intesa Che ogni giorno diventa sempre meno inemendabile.