Draghi: «Aiuteremo gli istituti». G20, Obama dà la sveglia all’Europa

Il Dream Team in campo, come ai tempi del crac sconvolgente di Lehman Brothers. Ormai agli sgoccioli il conto alla rovescia per le elezioni di domenica in Grecia, ecco profilarsi la discesa in campo delle principali banche centrali del mondo. L’obiettivo: stoppare sul nascere, inondando i mercati di una liquidità monstre, la tempesta perfetta che si scatenerebbe qualora dall’urna di Atene uscisse un certificato di morte per l’euro. Solo indiscrezioni, per ora, anche se accreditate da alcuni funzionari del G20 e confermate - seppure per via indiretta - dalla Casa Bianca: «Gli Stati Uniti sono pronti ad ogni emergenza che potrebbe arrivare dall’Europa dopo il voto della Grecia». Anche la Bce sembra sul punto di svegliarsi dopo aver recitato nelle ultime settimane il ruolo della bella addormentata, sorda agli inviti pressanti a rimettere mano al portafoglio. Niente più acquisti di bond dei Paesi periferici, ovvero quelli con l’acqua alta degli spread alla gola; niente più prestiti a prezzi di saldo alle banche, come i 1.000 miliardi erogati in due tranche attraverso le cosiddette aste a rubinetto. Adesso si cambia: «Continueremo a fornire liquidità alle banche solventi, se sarà necessario», ha anticipato il presidente dell’istituto di Francoforte, Mario Draghi (nella foto). La manovra anti-panico collettiva delle banche centrali è un modus operandi apprezzato dalle Borse, tutte o quasi in robusto rialzo ieri (Milano ha guadagnato il 2,34%). Insomma, piace la manovra congiunta come quella orchestrata per reagire al collasso di Lehman. Con un differenza rispetto al 2008: un’azione collettiva sui tassi non è oggi praticabile perchè negli Stati Uniti e in Giappone il costo del denaro è praticamente a zero. Solo alla Bce, che non ha più toccato le leve monetarie dal dicembre 2011 (tassi all’1%), restano ancora margini di manovra.
«Non c’è alcun rischio di inflazione in nessun Paese della zona euro», ha affermato Draghi. Parole che potrebbero essere lette proprio come un’apertura a un possibile allentamento delle redini monetarie in luglio.
Luglio è però ancora lontano. E prima di allora, Eurolandia potrebbe già aver cambiato faccia. Il voto greco, un vero e proprio referendum sulla permanenza nell’euro, è al momento l’incognita maggiore. Nei sondaggi pre-elettorali continua l’altalena tra Nuova Democrazia di Antonis Samaras, lo storico partito conservatore greco, e Syriza, la sinistra radicale del giovane leader Alexis Tsipras. Due visioni opposte della gestione del futuro prossimo venturo: europeista con la convinzione di poter rinegoziare con l’Ue l’austerity, Samaras; più deciso a non rispettare i patti, Tsipras. Non essendoci un favorito, non è da escludere che il voto riproduca lo stesso stallo delle elezioni dello scorso 6 maggio. Il responso ellenico arriverà il giorno prima dell’inizio del vertice del G20 in Messico, destinato a mettere al centro dei colloqui la crisi del debito europeo. Questa volta, rispetto alla precedente riunione di Cannes, l’Italia non dovrebbe essere tra le sorvegliate speciali. Più che su Roma, gli occhi saranno puntati su Atene e Madrid. La Spagna è attanagliata da una recessione «senza precedenti» e le prospettive «sono molto difficili»: «aumenti le tasse», ha detto ieri senza mezzi termini l’Fmi, mentre lo spread Bonos-Bund volava a 543 punti (sotto i 450 quello dei Btp). «Siamo determinati a mostrare al mondo che l’euro e il progetto europeo sono irreversibili», ha rassicurato il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso. Peccato che Eurolandia si presenti all’appuntamento senza una visione condivisa sugli strumenti da implementare per uscire dal tunnel, in attesa che vengano scoperte le carte sul piano generale per delinearne il futuro. Tanto per cambiare, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha pronunciato ieri l’ennesimo nein agli Eurobond («Aprono la strada alla mediocrità»), mentre ha spiegato di voler spingere la Bce ad assumere un maggior ruolo nella supervisione bancaria. L’Europa deve «agire insieme. Nessuno può risolvere i problemi da solo», è l’esortazione di Barack Obama. Chissà se la Germania intende ascoltarlo.
Commenti

Bruno Burinato

Sab, 16/06/2012 - 10:33

Invece di dare la sveglia all'Europa Mister Obama farebbe meflio di guardare in casa propria visto che la crisi mondiale è nata proprio l' con Lehman Brothers, e ora continu con altre banche d'affari e gli speculatori do Wall Street