Draghi, allarme occupazione: aiutare i più deboli Tremonti: problema noto, già fatto il possibile

Il governatore di Bankitalia sulla crisi. Nei prossimi mesi «netto deterioramento» del mercato del lavoro .A
rischio 2,4 milioni di posti se non si interviene con una riforma. <a href="/a.pic1?ID=330671" target="_blank"><strong>Il ministro ricorda l'accordo con le Regioni sugli ammortizzatori sociali</strong></a>

Più che le banche, martirizzate in Borsa e bersaglio di speculazioni di varia natura, preoccupa il mondo del lavoro, dove il ricorso alla cassa integrazione ha finora evitato la brutalità dei tagli occupazionali. Che però arriveranno nei prossimi mesi e renderanno necessari interventi mirati, soprattutto a tutela della categorie più deboli. Deve aver fatto proseliti, Barack Obama. Il suo «meno Wall Street, più Main Street», ovvero più attenzione ai problemi dell’economia reale rispetto a quelli della finanza, è stato ieri mutuato nella sostanza dall’intervento tenuto dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, dalla tribuna del XV Forex. Sedici pagine di relazione dedicate per lo più agli ammortizzatori sociali, al precariato e alla disoccupazione, lasciando quasi sullo sfondo temi di stretta attualità quali le bad bank (comunque promosse), o il rampante protezionismo (comunque bocciato).
IL BUIO OLTRE LA SIEPE.
Guardate, è l’invito di Draghi, il livello degli ordinativi, la consistenza delle scorte di magazzino e il grado di utilizzo degli impianti. Tre barometri dello stato di salute delle aziende che segnalano «il protrarsi dell’andamento negativo dell’economia nei prossimi trimestri». Finora, sottolinea il governatore, le ricadute sui livelli occupazionali non si sono ancora manifestate appieno, «ma gli indicatori disponibili per i mesi più recenti prefigurano un netto deterioramento» destinato a colpire «con particolare intensità» i lavoratori precari, i giovani e le famiglie con minori disponibilità economiche. Saranno due anni «difficili», in cui sarà ancora più netta la cesura con gli oltre dieci anni scanditi da un aumento delle assunzioni, dai 3,5 milioni di posti creati tra il 1995 e il 2008 grazie «all’andamento moderato delle retribuzioni e alla maggiore flessibilità del lavoro». La maggiore vulnerabilità riguarda 2,4 dei tre milioni di occupati a termine, interinali e a progetto, i cui contratti scadono alla fine dell’anno. Draghi riconosce al governo di aver «opportunamente» aperto, seppur in forma temporanea, il paracadute degli ammortizzatori sociali anche per i lavoratori atipici, ma rimane l’esigenza di «una riforma organica» capace di tutelare questi lavoratori dal rischio della disoccupazione «favorendone il rientro nell’attività produttiva». Dunque, sarebbe necessario uno sforzo maggiore per quanto riguarda gli interventi anticiclici, finora pari allo 0,5% del Pil contro il 3% della Germania e il 2% della Spagna.
LA FIDUCIA E LE FAMIGLIE.
Ristabilire un clima di fiducia è essenziale per risolvere la crisi. «L’uscita dalla recessione sarà tanto più rapida quanto prima si ristabilirà la fiducia nelle prospettive di lavoro e di reddito, nel ritorno a una crescita equilibrata, nella solidità finanziaria», afferma Draghi. Meccanismi delicatissimi, che toccano i comportamenti delle famiglie. Secondo alcuni economisti, l’alta capacità di risparmio degli italiani metterà il Paese nelle condizioni di ripartire prima di altri. Draghi si limita a citare un dato, relativo all’indebitamento delle famiglie, pari al 49% del reddito disponibile, una percentuale certo più rassicurante se paragonata con il 90% della euro zona e il 150% degli Stati Uniti.
BARRIERE ANTI-STRANIERO? NO, GRAZIE.
La difesa dei prodotti nazionali è una tentazione in tempi di recessione cui non è sfuggito neppure Obama con il suo «buy american» che tante critiche ha sollevato. Ma alzare muri con l’obiettivo di proteggere i posti di lavoro non serve, sottolinea Draghi. Anzi. Il protezionismo è «una sirena potente durante una crisi» che Usa e Ue non devono ascoltare, essendo un beneficio di breve durata per allentare situazioni di disagio sociale. Una sirena «illusoria e distruttiva nel medio periodo, come senza dubbio lo fu negli anni Trenta».
LE BANCHE E LA SOLUZIONE BAD BANK.
I famigerati asset tossici presenti nei bilanci sono di ostacolo al risanamento delle banche e al ritorno a una piena operatività. Ben venga dunque, dice Draghi, la creazione di una bad bank in cui far confluire le tossine. «I provvedimenti annunciati da vari Paesi nelle ultime settimane - ha osservato - quali la delimitazione dei titoli più problematici nei bilanci bancari o il loro trasferimento a enti separati (bad bank), sono da accogliersi con favore perché incentivano l’emersione dei titoli più rischiosi». Le nostre banche sono comunque «in condizioni migliori rispetto ai maggiori intermediari internazionali». Draghi, al proposito, ha ricordato i 4,5 miliardi di euro di svalutazioni legate alla crisi. Si avverte tuttavia l’esigenza di forme nuove di ricapitalizzazione anche con garanzie pubbliche. Via libera in tal senso dal numero uno di via Nazionale anche ai Tremonti bond. «Se i fondi messi a disposizione dallo Stato sono di dimensione adeguata, se le condizioni che accompagnano gli interventi sono ragionevoli e concrete, tese a ottenere l’obiettivo, senza ingerenze amministrative nelle scelte imprenditoriali, non si esiti - ha invitato - a utilizzarli». Al governo, infine, Draghi ha chiesto sgravi fiscali sulle perdite su crediti, una misura adottata da Germania, Francia e Inghilterra.