Da Draghi a Tremonti la lunga catena di allarmi inascoltati

RomaIl governatore di Bankitalia, Mario Draghi, nelle Considerazioni finali ha ammesso che la crisi ha deteriorato il rapporto tra imprese e istituti di credito. «Una mortalità eccessiva che colpisca per asfissia finanziaria anche aziende con potenziale di crescita è un grave rischio», ha detto. Draghi, però, non si è limitato alle osservazioni ma ha elencato i dati raccolti da via Nazionale. Ad aprile il tasso di crescita trimestrale del credito alle imprese si è annullato; era del 12% un anno prima. «L’8% delle aziende - ha aggiunto - ha ricevuto un diniego a una richiesta di finanziamento; è il valore più elevato dalla metà degli anni ’90; era meno del 3 un anno fa». Ovviamente il governatore non ha mosso accuse perché «non si può chiedere alle banche di allentare la prudenza». Ma le difficoltà esistono e, per questo motivo, Draghi ha chiesto garanzie statali per le cartolarizzazioni di crediti bancari in modo da ampliare la massa degli impieghi.
Analizzando i fatti da questa prospettiva, si rivelano nella loro essenza critica i richiami del premier Silvio Berlusconi e del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. «Il sistema bancario è stato salvato dalla garanzia dello Stato, il sistema delle imprese - disse il presidente a dicembre riferendosi agli osservatori delle Prefetture - dovrebbe non soffrire carenze di liquidità, e invece...». Analogamente il titolare del Tesoro ha spiegato come sul tema banche «ci sia ancora molto da fare» perché «aumenta la raccolta ma non aumentano gli impieghi per l’industria e le imprese» ricordando che i Tremonti-bond pronti da dicembre sono ancora in fase di richiesta a maggio.
Ma quali sono le vere cifre? Un’inchiesta recentemente pubblicata dal Sole 24 Ore ha scandagliato il solco creatosi fra aziende grandi e piccole (con meno di 20 addetti) dal 2006 a oggi. Per i big il tasso di crescita annuo dei finanziamenti è sceso dal massimo del 15% di metà 2007 al 6-7% di oggi, per i piccoli dal 7% ci si è avvicinati a zero. E poco importa che quasi tutti abbiano approfittato del ciclo recessivo 2000-2003 per ridurre il proprio indebitamento. Secondo l’analisi, le aggregazioni bancarie hanno portato il numero di istituti per affidato da una media di 1,6 a 1,3. Ciò significa che ormai ci si appoggia a un solo interlocutore, tant’è vero che la quota di fido accordato dalla prima banca per chi chiede tra 250 e 500mila euro è passata dal 76% all’84. Non sorprende perciò che si giunga ai casi limite degli imprenditori che denunciano la richiesta di garanzie superiori in valore agli affidamenti.
Ma che cosa produce il circolo maxifusioni-controllo del patrimonio-crisi? Secondo Confcooperative, nel Sud il 42% degli associati ha ricevuto richieste di rientro e il 25% si è visto respingere la domanda di credito. A livello nazionale questo si traduce con un aumento dei tassi di interesse applicati per il 29% del campione. Non è un caso che il presidente di Confesercenti Marco Venturi abbia chiesto di allargare i cordoni denunciando la morte di 15mila imprese nel 2008 visto che la latitanza dei finanziamenti espone le imprese «all’azione predatoria degli usurai».
E non è un caso che Confcommercio abbia denunciato che nel primo trimestre 2009 il 14,5% (9,7% a fine 2008) delle imprese abbia ricevuto un finanziamento di importo inferiore a quello richiesto. Ha detto il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: «Troppi sono i casi di aziende cui vengono ritirati i fidi, che si vedono rifiutare le anticipazioni sulle fatture emesse e a cui vengono applicati tassi esorbitanti. Chiedo a tutte le banche di non abbandonare le imprese». Il presidente dell’Abi, Corrado Faissola, ha sempre risposto che «le banche stanno facendo il proprio mestiere». Eppure non tutti i conti tornano.