Il drago cinese si può domare

Dalla repressione in Tibet all'aggressiva politica economica, il colosso asiatico spaventa l'Occidente. Eppure l'ostracismo non è una soluzione di lunga durata

Max Gallo 

«Pericolo giallo»? La solita paura di fine XIX secolo affiora dalla condanna della Cina per repressione in Tibet, come traspare dall’indignato strepito che esige il boicottaggio o – almeno - la non partecipazione, l’8 agosto, dei capi di Stato alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi. Cina, dunque, sempre e comunque «pericolo giallo»?
Da Marco Polo in poi, lo sguardo sulla Cina è contraddittorio. I viaggiatori medievali, i gesuiti del XVI e XVII secolo sono stati sia affascinati, sia angosciati dall’Impero di Mezzo, dalla sua civiltà millenaria e dalla sua notevole potenzialità. Dalla parte della Cina, ricchezza di tradizione, cultura equiparabile a quella occidentale, riflessione politica per finezza e rigore degna di Machiavelli, un’arte della guerra degna di quella di Clausewitz, oltre a centinaia di milioni di uomini.

A fine XIX secolo, mentre l’Occidente colonizzava ogni continente e riusciva perfino ad aprire le porte del Giappone, si scontrava con l’Impero di Mezzo. Per imporsi a Pechino e strappare concessioni, fu necessario che ogni nazione “civile” dimenticasse le rivalità e si coalizzasse. Ma la rivoluzione del 1911 scompigliò questa marginale «colonizzazione». Intanto il Giappone nel 1905 aveva prevalso sulla Russia. I «gialli» sfidavano i «bianchi». Si temeva l’ondata cinese. La California s’immaginava presto coperta da questa marea umana. E i russi vegliavano gelosi sulle loro immense terre siberiane, deserte rispetto al «formicaio» cinese. Infatti il razzismo «antigiallo» serpeggiava nella visione apocalittica dei rapporti Cina-Occidente.
Si contemplava e si analizzava l’immensa civiltà cinese, ma se ne stigmatizzavano con orrore crudeltà e vizi: tortura, gioco, infanticidio, duplicità, ecc. Nel XX secolo, l’Occidente e le sue élite hanno guardato la Cina di Mao in modo egualmente contraddittorio: a Parigi ci sono stati maoisti, fautori della rivoluzione culturale (si rammenti Per la Cina, il libro di Maria Antonietta Macciocchi scritto in uno stato d’esaltazione). Cina come paradiso, come utopia realizzata. Per Mao il cinese era una «pagina bianca», sulla quale dunque i rivoluzionari potevano benissimo scrivere!

Controverità: la rivoluzione culturale è stata quasi un genocidio di intellettuali, la realizzazione di un’inumana demenza politica.
Oggi si oscilla fra due percezioni: la Cina come straordinario successo e come spietato Stato totalitario, che perseguita tibetani e dissidenti.
Si dovrebbero dunque boicottare le Olimpiadi o almeno condannare la politica cinese.

In realtà, prima di tutto, la Cina va guardata in faccia, com’è, senza entusiasmo o spavento. Il cinese è un uomo come gli altri. Aspira all’agio, alla pace, ai piaceri. Ma è cinese, cioè appartiene a questa favolosa civiltà, giustamente fiera. È un patriota. Lentamente si libera di un’oppressione politica millenaria, quella imperiale e quella comunista di Mao. Da due decenni la morsa s’allenta. In dieci anni il Pil s’è decuplicato. Ci sono disoccupati e contadini poveri a centinaia di milioni, ma centinaia di milioni sono anche i cinesi dei ceti medi. La Cina ha il primato dei telefonini e degli internauti. Dal Paese si esce liberamente: i turisti cinesi che percorrono l’Europa sono centinaia di milioni. Non si muore più di fame e non si uccidono più neonate, sebbene si preferiscano neonati! Certo, non è un Paese democratico. Ma avanza, rigidamente, verso più libertà. E ci sono problemi specifici quando si governano un miliardo e trecento milioni di persone (da tre a quattro volte gli europei).

In vent’anni di crescita di oltre il 10 per cento annuo, questa Cina s’è trasformata: Shanghai ha più grattacieli di New York. È l’officina del mondo e riversa i suoi prodotti sui nostri mercati. Nello stesso tempo divora materie prime ed energie di tutto il pianeta. E riecco il «pericolo giallo»! Disordini in Tibet? La nostra buona coscienza soffre. Ma il Tibet è «cinese» dal XIV secolo! Repressione ingiustificabile? Sì, ma denunciandola non si condanni l’evoluzione cinese degli ultimi vent’anni!

Si tenga conto che le Olimpiadi di Pechino sono tappa del processo d’apertura in corso.

Occorre dire quali sono i nostri valori e dunque dispiacerci di certi atti del regime. Ma alla Cina nulla sarà imposto. Nel XIX secolo, con la guerra dell’oppio, l’Occidente ci ha provato, invano. Vogliamo una Cina impero aggressivo e nazionalista o inserita nella comunità internazionale, che ne adotti le regole a poco a poco?

Questa la posta in gioco. Hitler, Stalin e Mao sono morti. Non applichiamo al XXI secolo categorie del XX. O, peggio, del XIX.
(Traduzione di Maurizio Cabona)