Il drago cinese vuole divorare l'Occidente

La Cina che alza la voce con il governo americano per il debito pubblico è il segno dei mutati rapporti di forza. Negli affari come nella politica

Nel centro del centro del mondo ci sono i soldi di Pechino: sul maxischermo più grande di Times Square, a New York, c’è la Xinhua, l’agenzia di stampa del governo, la voce della Cina, il megafono del Paese. Mille luci e la diffusione del verbo mandarino nel globo. Quel megadisplay illumina la piazza, informa il pianeta e riflette il futuro: è il biglietto della Cina che si compra il mondo. Quel posto è la vetrina e Pechino ha scelto posto più visibile. È un simbolo. È una prova. È un messaggio: noi ci siamo e giochiamo pesante. La partita è il potere globale e una rete di relazioni, affari, scambi. La Cina che alza la voce con Washington sulla questione del debito è un segno dei tempi. Dice che qualcosa è cambiato e qualcos’altro cambierà. Equilibri, rapporti di forza, assetto internazionale.

Perché né Casa Bianca, né Fed hanno replicato alle critiche cinesi? C’è silenzio. Forse anche paura. Pechino conta tanto, conta di più. L’America lo sa e il resto del mondo pure: la Cina oggi è il primo creditore estero Usa. Tiene in cassaforte 1.160 miliardi di dollari di titoli di stato americani. Poi fa la spesa sul mercato: il fondo sovrano cinese ha comprato negli anni azioni di tutte le più grandi aziende americane. Oggi ha pacchetti più o meno consistenti in Coca Cola, Johnson & Johnson, Visa, Apple. Poi le banche: Citigroup, Bank of America, Morgan Stanley. Compra e vende, con la possibilità di controllare quantomeno psicologicamente le mosse di Washington. Qualche tempo fa, Pechino decise di vendere 34 miliardi di Treasury bond, il Wall Street Journal lanciò l’allarme: «Potrebbe essere un segnale di sfiducia verso l’America». La Casa Bianca e il segretario al Tesoro uscirono allo scoperto per placare voci, indiscrezioni e potenziali emorragie sul mercato. Perché i rapporti di forza, adesso sono questi: la Cina incalza l’America, la insegue con l’obiettivo di superarla come prima potenza mondiale. Non ci siamo ancora e non sappiamo quanto ci vorrà, però persino gli americani adesso considerano il sorpasso inevitabile. I dati dell’ultimo sondaggio popolare dicono che il 47 per cento della popolazione Usa è convinta che il sorpasso non ci sia stato. È una prospettiva lontana almeno cinque o sei anni, forse addirittura di più, a sentire la tesi di Nouriel Roubini che prevede un brusco stop della rincorsa cinese nei prossimi due anni. Eppure questa è la realtà di oggi: la Cina può alzare la voce senza che gli Usa se la sentano di replicare.

È la partita, questa. È la sfida planetaria per il presente e per il futuro. La Cina gioca in casa, adesso. È come se avesse un vantaggio psicologico oltre che reale. La crisi finanziaria del 2008 e questa dell’estate 2011 hanno annientato molte delle certezze di Europa e Stati Uniti. L’hanno chiamata crisi dell’Occidente, perché mentre Washington e il resto dell’Ovest del mondo crollava, Pechino cresceva del 10 per cento. Oggi ha rallentato, però i rivali lo hanno fatto di più. Così è come quei corridori che sono secondi, ma hanno la pedalata più fresca, quelli che si mettono in scia e aspettano il momento giusto per superare. L’America sta davanti, soffre, fatica e con lei tutto il vecchio mondo che da Washington è stato sempre supportato. Pechino oggi detiene anche il sette per cento dell’intero debito pubblico dell’area euro. Una barca di quattrini che significano potere. Un tesoro che vale gli onori con cui la Cina viene accolta ovunque, nonostante le persecuzioni dei dissidenti politici, nonostante non rispetti i diritti umani, nonostante la questione del Tibet. Dicono: «Meno male che ci sono i cinesi, altrimenti l’economia mondiale crollerebbe». I soldi tengono su la baracca planetaria e consentono a Pechino di sedersi a ogni tavolo da padrone. Quando Obama ha ospitato Hu Jintao alla Casa Bianca l’ha accolto come se fosse il padreterno. La visita precedente era del 2006, con Bush: l’inno nazionale che fu suonato fu attribuito alla Republic of China, praticamente a Taiwan; il servizio di sicurezza fu un po’ leggero, tanto da non riuscire a impedire che durante la conferenza stampa un gruppo di dissidenti manifestassero contro il premier cinese. Oggi non succede più. Oggi nessuno può sbagliare con Pechino. Non può soprattutto l’America di Obama che non è ancora stata superata, ma che qua e là arranca visibilmente: nei prossimi cinque anni la Cina costruirà 800 grattacieli, quattro volte di più di quelli che tireranno su gli Stati Uniti. Da anni l’Ibm è diventata cinese: è di proprietà della Lenovo e non è stata una semplice acquisizione. Perché Ibm era la vecchia bandiera della supremazia tecnologica americana: ha resistito ai giapponesi negli anni Ottanta, ma non ai cinesi negli anni zero. Poi la ricerca, la scienza, l’università, la scuola. Comincia a esserci qualcosa che assomiglia alla sudditanza: il cinese è diventata la seconda lingua straniera più insegnata negli Stati Uniti e si calcola che a questi ritmi tra cinque anni avrà superato lo spagnolo che oggi la precede. Nulla di strano, se non fosse che le iscrizioni ai corsi sono finanziate direttamente dal governo di Pechino. Come a dire: io ti compro e tu fai quello che ti dico. È imbarazzante, è umiliante. Poi i risultati: per guardare le posizioni raggiunte dalla Cina, gli Usa devono alzare la testa. Nella classifica Ocse-Pisa sull’apprendimento di tutte le scuole del mondo, i licei cinesi hanno conquistato il primo posto, quelli americani sono quindicesimi. Napoleone lo disse: «Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà». Educazione, sviluppo, ricerca, idee, soldi. Dettagli e ancora dettagli. Solo che messi insieme fanno un fenomeno e un fenomeno poi fa la storia.