Il dramma del bimbo olandese rimasto senza famiglia a 8 anni

Le uniche parole che ha sussurrato al medico libico che correva in suo soccorso sono state: «Holland, Holland». Così, con voce rotta dall’emozione, il ministro degli Esteri olandese Maxime Verhagen ha parlato del bambino di 8 anni, il solo ad essere ritrovato ancora vivo tra i rottami dell’Airbus A330 precipitato all’aeroporto di Tripoli dove hanno perso la vita una sessantina di turisti olandesi che rientravano dal Sud Africa
Il piccolo ha subito diverse fratture che hanno indotto i medici a operarlo, ma fisicamente sta abbastanza bene: non è in pericolo di vita. Di lui hanno fatto il giro del mondo le poche sequenze del video che lo hanno ritratto in ospedale a Tripoli e che i media olandesi continuano a trasmettere. Le immagini lo ritraggono sul letto di ospedale, i tratti del viso seminascosti dalla maschera per l’ossigeno, i capelli sono neri e una grande fasciatura gli copre la fronte, sull’occhio sinistro c’è un grande ematoma, sulle guance graffi ed escoriazioni. Gli esperti dell’aviazione sono giunti a ipotizzare che si sia salvato proprio per quel corpo minuto, leggero, che al momento dell’incidente è stato espulso dall’aereo per poi ricadere a terra con l’impatto attutito forse dai corpi degli altri viaggiatori. Il momento più difficile sarà quando riprenderà piena conoscenza e si renderà conto che il rientro dalla vacanza africana si è trasformato in una tragedia che ha spazzato via la sua famiglia: ha perso i genitori e il fratello undicenne.
Il caso del piccolo olandese finora senza un nome richiama alla memoria altri episodi drammatici. Quello di Victor Grubbs, ad esempio. Era venuto su come tutti i bravi ragazzi della Georgia. A pane di granturco e versetti della Bibbia. Non a caso, proprio a una preghiera aveva pensato il pomeriggio del 27 marzo 1977, in quella frazione di secondo in cui, davanti al Boeing 747 della Pan Am che stava facendo rullare sulla pista dell'aeroporto di Los Rodeos, a Tenerife, aveva visto venirgli addosso un altro Jumbo della compagnia olandese Klm. «Era sbucato dalla nebbia, in fase di decollo, già staccato di qualche metro da terra. Ho sterzato, ma ci ha sfiorato, scoperchiandomi la carlinga ed esplodendo in una sfera di fuoco», raccontò poi Grubbs, uno dei pochissimi sopravvissuti a quello che ancor oggi rimane come il più grave incidente della storia dell'aviazione: 583 morti. Lui, dopo quel disastro, a 56 anni, si era ritirato in pensione a Beaufort, sulla costa del South Carolina, cercando inutilmente di dimenticare. E lì sarebbe morto 18 anni dopo, nel suo letto, la Bibbia tra le mani, pregando Dio con rinnovata devozione. Vicende come la sua punteggiano la pur tragica cronistoria dei sinistri aeronautici. Stando alle statistiche dell'Aircraft crashes record office, ufficio ginevrino che con svizzera precisione tiene aggiornata questa mesta contabilità, è di 118.934 unità il bilancio complessivo delle persone morte in 15.463 incidenti aerei tra il 1940 e il 2008. E in 157 casi ci sono stati dei sopravvissuti. Con 42 di questi miracoli avvenuti quando gli aerei erano a oltre tremila metri d'altezza.
Andando poco indietro con la memoria, al 30 giugno dello scorso anno, è ancora un volto poco più che infantile quello che ricordiamo spuntare tra le garze in un ospedale delle isole Comore. Il volto di Bahia Bakari, 12 anni, che era a bordo dell'A310 inabissatosi nell'Oceano Indiano. Lì, nel buio, i soccorritori la trovarono caparbiamente attaccata a un rottame galleggiante e ancor più alla propria vita, ustionata ma senza più la sua mamma, scomparsa anche lei in quell'incidente come tutte le altre persone a bordo dell'Airbus. Ora Bahia sta bene, vive a Marsiglia con il papà Kassim e i suoi tre fratelli.
Poi, però, la nostra memoria non basta più e bisogna ricorrere a quella ben più solida degli archivi. Scoprendo vicende che perfino la fantasia non avrebbe l'ardire di immaginare. Come, per esempio, quella che ebbe teatro nei cieli dell'Amazzonia alla vigilia di Natale del 1971. Una vigilia che all'allora diciassettenne tedesca Juliane Kopcke avrebbe fatto il regalo più grande e prezioso: la vita. Il Lockheed Electra sul quale la ragazza si trovava in volo era esploso nella notte sopra lo sconfinato «mare» verde brasiliano. La mattina dopo Juliane si ritrovò ammaccata, ma viva - la sola - ancora legata dalla cintura al suo sedile. Intorno a lei, una distesa di pacchetti contenenti strenne natalizie che non sarebbero mai arrivate a destinazione.