Il dramma dell’aspirante suicida: due volte giù dal ponte, si salva

Rino Di Stefano

da Genova

Troppi lutti, troppo dolore, nessuna voglia di continuare a vivere. E così Debora G., 26 anni, giovane donna genovese con tutta una vita davanti, per la seconda volta in 14 mesi ha deciso di farla finita buttandosi giù da un viadotto dell’autostrada. Si è svegliata presto, ieri mattina, e già verso le 8 ha fermato la sua auto al chilometro 95 della A15, sul ponte che resta lungo il percorso tra Aulla (Massa Carrara) e Santo Stefano, nello Spezzino. Con molta calma si è avvicinata al parapetto, l’ha scavalcato e si è lanciata nel vuoto. Un volo di 25 metri, senza un grido, per sfracellarsi sul greto di un torrente. Ma non è morta: quando i primi soccorritori, giunti sul posto perché avvisati da qualche involontario testimone oculare, l’hanno messa sulla barella, Debora aveva numerose fratture agli arti e al bacino, uno schiacciamento degli organi interni e un’emorragia diffusa. Ma respirava. Trasportata immediatamente al pronto soccorso dell’ospedale di La Spezia, dopo un primo intervento è stata ricoverata in prognosi riservata. Adesso lotta tra la vita e la morte.
La prima volta in cui Debora cercò di togliersi la vita risale all’agosto del 2005. Quel giorno la ragazza aveva scelto un viadotto tra Pontremoli e Berceto. Il suo comportamento fu più o meno lo stesso di ieri. Parcheggiò la macchina, salì sul bordo della strada, aspettò un attimo, come a voler salutare il mondo, poi si lanciò nel vuoto. Probabilmente, però, non guardò in basso, perché se lo avesse fatto avrebbe visto, una ventina di metri più in giù, le chiome di diversi alberi. E furono proprio quei rami ad accoglierla, trattenerla e a ridurre notevolmente l’impatto quando infine giunse al suolo. Venne soccorsa e ricoverata, e se la cavò con un forte trauma spinale. È legittimo, a questo punto, supporre che Debora, nella sua infinita tristezza, abbia speso i successivi quattordici mesi a progettare il suo nuovo tentativo di suicidio. Fino a ieri mattina, quando ci ha riprovato.
Ma che cosa ha portato questa ragazza al rifiuto della vita, a pensare che l’unica soluzione fosse farla finita per sempre? All’origine di tutto ci sarebbe stata una situazione familiare diventata insostenibile. A dare il primo colpo è stata la morte del padre. La ragazza gli era molto affezionata e, quando il genitore è venuto a mancare, la sua assenza le ha procurato un grande sconforto. A quel punto ha dovuto convivere con la disperazione della madre e, mentre cercava di consolarla, si rendeva conto che nessuno aveva una buona parola per lei. Fu proprio in quel periodo, raccontano alcuni amici, che finalmente incontrò un bravo ragazzo. Sembrava che quella presenza dovesse in qualche modo ridarle fiducia, farla sperare in una vita tutta sua. La promessa di un futuro felice. Ma la sorte le riservava ben altro.
A un certo punto la ragazza restò incinta e in quella nuova creatura che portava in grembo ripose tutte le sue speranze. Parlava con quel bambino che le cresceva in seno, ma un brutto giorno il dialogo si interruppe. I medici le dissero che il bimbo era morto e che doveva abortire. Ma non era finita. Di lì a poco anche il suo ragazzo, quel giovane con il quale aveva fatto tanti progetti di una vita in comune, morì prematuramente quasi a voler seguire il destino del figlio che non aveva visto la luce.
Da qui, da tutta questa disperazione, nasce quel sordo desiderio di mettere la parola fine alla propria vita. Ed è questo che spiega quel volo giù dal viadotto. Anche se, ancora una volta, quel cuore così affranto si ostina a continuare a battere.