Dramma al liceo: a 16 anni si uccide davanti ai compagni

Gli studenti sotto choc: «Marco era sereno e non aveva problemi»

Francesco Gambaro

da Genova

Liceo «D’Oria», ricreazione. Marco, 16 anni, si alza dal banco, apre la finestra, prende una breve rincorsa e si getta nel vuoto tra lo stupore dei compagni. Dopo un volo di quasi trenta metri, piomba sull’asfalto. A nulla serve il tentativo di rianimazione dei medici del 118, che per primi accorrono sul posto e lo trasportano al vicino ospedale «Galliera», dove il sedicenne, finito in coma, muore poche ore dopo. È la seconda volta che nel liceo «D’Oria» (uno dei più prestigiosi di Genova, in pieno centro città) accade una cosa del genere: sei anni fa era toccato a un’insegnante, ieri a uno studente. Sembra una maledizione.
Sono da poco passate le undici nella V B quando Marco, senza un apparente motivo, si alza dal banco, apre la finestra del quinto piano e si lancia nel vuoto, dopo una breve rincorsa. Lo studente, che fino ad allora era apparso assolutamente tranquillo, non esita neppure un istante per mettere in atto il suo piano.
Il suo corpo fa un volo di quasi 30 metri e si schianta su due ciclomotori parcheggiati vicino al marciapiede, di fronte all’edificio scolastico. I compagni, increduli, corrono alla finestra, ma è troppo tardi. Il boato è fortissimo. Marco è laggiù, riverso sulla strada in un lago di sangue. Il motorino, un Dink 150 lx, ha lo specchietto piegato e alcune ciocche di capelli dello studente sul manubrio. Dopo un tentativo di rianimazione dei medici del 118, il ragazzo viene trasportato subito all’ospedale con contusioni multiple al torace, traumi gravissimi al cervello e in altre parti del corpo. Arriva al «Galliera» in coma. Dopo alcune ore di agonia, alle 14.30 i medici interrompono ogni tentativo di tenerlo in vita: il cuore dello studente cessa di battere. I genitori, entrambi medici, le due sorelle e i parenti piombano nello sconforto. Avrebbe compiuto 16 anni tra quattro giorni Marco. «Il profitto scolastico era buono», raccontano ora gli insegnanti, «non abbiamo avuto alcun segnale, è stato un gesto improvviso, nessuno ha potuto intervenire», aggiunge il preside sconsolato.
In realtà si viene a sapere che alcuni mesi fa lo studente aveva esternato la sua volontà di farla finita a un amico, senza dare seguito all’insano proposito. Ma è una voce che stona col racconto tranquillizzante dei compagni e degli amici di Marco. «Era l’ultima persona al mondo dalla quale mi sarei aspettato un gesto simile», dice Matteo col volto rigato dalle lacrime davanti alla scuola, pochi minuti dopo aver appreso della sua morte. Conosceva Marco da dodici anni, frequentava con lui il corso di judo e suonava il basso nel suo gruppo. «Era un ragazzo allegro, pieno di amici, non certo un depresso. Problemi a scuola? Direi di no. E se prendeva un brutto voto non ne faceva certo un dramma. Balbettava leggermente - è vero - ma la cosa non lo turbava più di tanto».
Ora ci si interroga su che cosa sia scattato nella mente del sedicenne per indurlo al gesto estremo. Un raptus? Una delusione d’amore? Il complesso della balbuzie, forse mai accettato? Ipotesi e nulla di più sulle quali si sono concentrate le indagini delle forze dell’ordine. I carabinieri hanno già ascoltato compagni, preside e insegnanti per risalire alle cause del suicidio, che al momento restano davvero inspiegabili. Il preside del «D’Oria» Salvatore Di Meglio, non si dà pace. «Era un ragazzo intelligente, equilibrato, non chiedetemi altro». Al capezzale di Marco, nel reparto di rianimazione, accorrono i suoi compagni. Increduli e sotto choc si chiudono nel silenzio. Alcuni di loro hanno assistito impotenti al gesto di Marco. Molti piangono, altri scuotono la testa, sconsolati. Nessuno capisce perché. Poi arrivano gli insegnanti, don Nicolò Anselmi, il professore di religione, e la vicepreside. Nessuno se la sente di parlare «per rispetto dei genitori». È giusto così.