Dramma Nadia Fanchini Doppio legamento rotto

Stagione nera per la miglior velocista italiana che a Saint Moritz cade e si lacera il
crociato di entrambe le ginocchia alla vigilia di Vancouver: addio Giochi. A inizio stagione aveva subito lo choc di perdere la cugina in un incidente

È un incubo senza fine. All'elenco di infortunati che ormai sfiora i cinquanta nomi si è aggiunta ieri Nadia Fanchini, velocista numero 1 della squadra italiana che, cadendo nel superG di St. Moritz, ultima gara prima della partenza per Vancouver, si è rotta il legamento crociato anteriore di entrambe le ginocchia. Sarà operata a Brescia dal professor Stefani che già l'aveva operata nel 2007 (rottura legamento crociato del ginocchio destro) e che era anche intervenuto sulla sorella Elena, più volte infortunatasi alle ginocchia. Prima di tornare sugli sci Nadia dovrà aspettare almeno sei mesi.

Tristezza, rabbia, impotenza, rassegnazione… questi i sentimenti che stanno attraversando la mente degli appassionati e degli addetti ai lavori, dei tecnici e delle compagne di squadra, delle rivali e delle amiche.

Una stagione infelice, quella di Nadia, cominciata con la morte nel cuore dopo l'incidente stradale che due settimane prima dell'esordio a Soelden le ha portato via l'amata cugina, che per lei era come una sorella. Un colpo durissimo, dal quale ha faticato a riprendersi. Animo gentile e iper sensibile, Nadia si sentiva fuori posto nell'ambiente allegro e spensierato delle gare, se le scappava un sorriso si sentiva in colpa, se usciva con le altre per lo shopping o per una partita a bowling si chiedeva «ma cosa sto facendo qui, perché mi sto divertendo?». Non trovava giusto essere ancora viva e felice in un momento che avrebbe dovuto essere solo di lutto e di sofferenza.
Le prime gare erano andate male, non c'era con la testa, sciava rigida e timorosa, gli sci non correvano, i tempi erano alti. In gigante non andava nemmeno tanto piano, ma nella seconda manche sbagliava sempre, nel suo palmares stagionale di questa disciplina c'è una lunga serie di ritiri. In discesa e superG ha iniziato a vedere la luce a metà dicembre in Val d'Isère, quinto posto in superG, ma quel giorno anziché pensare «ok, sono tornata io» disse «sarà stato un caso». Alle gare di Haus, l'8 e il 10 gennaio, aveva nuovamente dimostrato il suo valore con un quarto posto in discesa e un terzo in superG, primo podio stagionale, ma a Cortina, lo scorso fine settimana, era di nuovo parsa triste e demotivata dopo aver raccolto piazzamenti non esaltanti in discesa e superG e aver rinunciato al gigante: «A cosa mi serve partire? Tanto vado male…». A tentare di tirarla su di morale e a tenerle compagnia in squadra c'era sempre la sorella Elena, e ieri, dopo la caduta, Nadia si è alzata e ha voluto parlare alla radio proprio con lei, che era lassù al via ad aspettare il suo turno. Elena non poteva non sapere, dopo la partenza del numero 20, quello di Nadia, la gara è stata fermata per un quarto d'ora, l'elicottero non s'è alzato ma il toboga è partito, non inutilmente, perché dopo un tentativo di stare in piedi sulle sue gambe Nadia ha capito che le ginocchia non reggevano, quell'urlo in diretta tv non era stato solo di paura ma anche di dolore.

Racconta Alberto Ghidoni, allenatore responsabile delle velociste azzurre: «Alla radio Nadia ha parlato ad Elena della pista, le ha dato consigli tecnici, forse era un modo per tranquillizzarla, sta di fatto che Elena ha fatto la migliore gara della stagione, un decimo posto niente male per lei». C'è però tristezza nelle parole di Ghidoni, la sua atleta migliore è ko, non andrà a Vancouver e chissà quando tornerà a lottare per la vittoria.

Ma perché? Perché ci si continua a fare male sulle piste della coppa del mondo? Una spiegazione semplice e inconfutabile non c'è, nella caduta di ieri Nadia non ha perso gli sci perché gli attacchi non si sono aperti, ma sarebbe sbagliato dare la colpa solo agli attacchi, forse è tutto il sistema sci-piastra-attacco a dover essere messo in discussione, forse la colpa è della neve, la famosa «neve aggressiva», così detta perché ha il difetto di «mordere» le lamine degli sci non permettendo che scorrano come dovrebbero, li blocca quasi, spesso in modo improvviso e imprevisto. Tanti nell'ambiente criticano le piste ghiacciate o barrate (iniettate cioè con l'acqua per rendere il fondo duro e uniforme), ma non si rendono conto che su tali piste ci si fa molto meno male.