Il dramma del rocker canadese: «Il mio disco nasce dal dolore»

Esce «Prairie Wind» inciso in attesa di essere operato per un aneurisma

Antonio Lodetti

È un disco intriso di dolore Prairie Wind, il bellissimo album di Neil Young in uscita oggi. Ovvero la storia di come si esorcizza la malattia, raccontandola con suoni acustici e delicati, per youngiani doc, giocati tra country e ballate profonde che ricordano il glorioso Harvest senza la polvere della nostalgia. Il ritorno del guerriero Neil Young è la rivincita sulla morte, prima vista in faccia, poi esorcizzata attraverso la poetica lucidità dei testi e delle musiche. La vita non è stata gentile con Neil (un’operazione alla spina dorsale, un figlio muto e tetraplegico e un altro con un handicap più lieve), ma lo scorso aprile lo ha preso davvero di mira. Le agenzie di stampa battono la notizia del suo ricovero in ospedale; la diagnosi tremenda, aneurisma cerebrale. «Ho fatto il maestro di cerimonie per l’ingresso di Chrissie Hynde nella Rock and Roll Hall Of Fame - ricorda -, il mattino dopo ho sentito negli occhi come dei pezzi di vetro rotto. Sono andato da un neurologo cinese che mi ha detto: “la buona notizia è che sei qui, la brutta che hai un aneurisma al cervello. Vivrai fino a cent’anni, ma dobbiamo toglierlo”». In attesa dell’operazione il cantautore scrive; solo le canzoni e la chitarra lo tengono a galla. «Avevo già iniziato a lavorare al cd e ho pensato: potrebbe essere la mia ultima canzone, ma non mi sono lasciato prendere dalla sindrome tipo “l’unico modo per fare un buon disco è avere un aneurisma”. Semplicemente la mia situazione mi ha fatto riflettere». Un cambio di indirizzo in corso dunque. Young era andato a Nashville (per completare la trilogia country che comprende Harvest e Harvest Moon) qualche mese prima per tornare alle radici e ai suoi amici. Così è partito per raccontare semplicemente le sue emozioni incidendo solo The Painter, ballad dedicata alla figlia pittrice, storia di un sogno che s’infrange contro la durezza della realtà: «C’è una lunga strada dietro di me ed una altrettanto lunga davanti, se segui ogni tuo sogno rischi di perderti per sempre».
Poi, dopo questo primo brano, la botta terribile. «Sapevo che ce l’avrei fatta a sopravvivere - racconta Young - solo se avessi avuto la forza di condividere i miei stati d’animo con gli altri». Così i nuovi pezzi hanno il crudo sapore di chi, costretto da sempre a raccontare le sue paure e quelle della sua generazione, ora le vive sulla propria pelle. Lo fa intrecciando suoni gonfi d’anima e testi dove mette a nudo se stesso e la sua anima. In Prairie Wind parla delle ultime visioni del padre, morto in giugno e colpito da demenza senile («Cerco di ricordare cosa mi diceva mio padre, prima che il tempo lo portasse fuori di testa... c’è un posto nella prateria dove bene e male giocano insieme, papà me lo diceva sempre ma io non l’ho mai ascoltato»); nell’epica When God Made Me fa per la prima volta fa riferimento a Dio («approva solo le guerre fatte in suo nome? pensa che ci sia una sola strada per arrivare a lui?»). «Una delle cose che mi infastidiscono - sottolinea - è come la religione sia manipolata dai politici. L’importante non è la fede ma entrare in contatto con ciò che ci ha creato, il grande spirito». In Far From Home rivive con ansia la sua infanzia canadese, i pomeriggi con lo zio Bob al piano, i primi viaggi in autostop verso la Mecca di Nashville, la sua prima automobile.
Le sue sono splendide cartoline che dal buio tornano piano piano alla luce, alla speranza, alla vita. Un mix di buone vibrazioni e di sentimenti che il regista Jonathan Demme ha deciso di trasformare in un film-concerto. Il Neil Young del nuovo millennio è così risorto al prestigioso Ryman Auditorium di Nashville (cappello da cowboy bianco, stivali neri, abito grigio-argento, chitarra acustica ereditata dal maledetto del country Hank Williams) eseguendo tutti i brani del disco più alcuni suoi classici come Old Man e Heart Of Gold accompagnato da ospiti come Emmylou Harris. «È fantastico - ha detto Demme interpretando il sentimento comune -: queste canzoni nascono da un posto unico nella sua anima e nella sua vita, e i testi da una dimensione personale extraspeciale».
In fondo Young non è cambiato; ha raccontato la generazione post-hippie come indiano metropolitano dei Buffalo Springfield, come cattiva coscienza di Crosby Stills Nash & Young, come leader dei Crazy Horse (nelle sue parole «la terza miglior garage band del mondo: la prima sono i Rolling Stones, l’altra un gruppo là fuori in strada»), soprattutto come rocker solitario. «Quando lo incontrerai capirai che niente può liberarlo/ cedigli la strada: è il solitario», cantava nell’antico inno The Loner. Dopo tanti anni il suo spirito è immutato, come il suo modo di spiegare che rock fa rima con country, che la voce è rantolo più che bel canto, che la musica spesso è come la vita, un urlo che affonda nel dramma.