Il dramma Van der Sar come Prandelli: lascia il calcio per stare con la moglie

Non c’è stato Natale per Edwin Van der Sar. Le luci sull’albero si sono spente il pomeriggio di mercoledì ventitré dicembre. Anne Marie Van Kesteren, sua moglie, di colpo ha visto il buio, è crollata a terra, emorragia cerebrale. Joe e Lynn, i due figli, due bambolotti increduli, aspettavano la slitta di santa Klaus, carica di doni. Hanno visto arrivare l’ambulanza che si portava via mamma Anne. È stata ricoverata in una clinica olandese, per la terza volta. Anne Marie ha gli occhi chiusi, è grave, Edwin Van der Sar ha deciso di lasciare a casa i guanti, il pallone, la sua carriera di portiere del Manchester United, sir Alex Ferguson gli ha detto di non pensarci, di stare vicino al letto dove sta soffrendo e sopravvivendo sua moglie, Edwin ha capito, a trentanove anni la carriera può interrompersi ma la vita no.
Una storia dura, niente a che fare con le piccole cose, gli spiccioli esistenziali di una partita di football. Stavolta la sfida non ha un avversario riconoscibile, stavolta Edwin sa di non poter usare le sue mani per parare il male. Lo sport, ogni tanto, mostra la sua faccia migliore. Cesare Prandelli sa di che cosa si scrive, ha perso sua moglie Manuela Caffi e con lei una fetta di vita, di amore. Cesare abbandonò la panchina, la Roma, un’avventura importante; la sofferenza discreta, di Manuela, era più forte, più importante di tutto il resto.
Edwin Van der Sar non è mai stato un eroe, un fenomeno, un idolo, anzi dalle nostre parti lo abbiamo preso a torte in faccia, a pernacchie, a insulti. Quando giocò per la Juventus era l’orso del tiro a segno, così lungagnone e strano nell’espressione, il pallone gli scivolava via dalle mani come una saponetta sotto la doccia, Ancelotti non sapeva se affidarsi alla Madonna o chiudere gli occhi per non guardare. La Juventus decise di mollare l’articolo, andò a Londra dal proprietario del Fulham e di Harrod’s, ai grandi magazzini di Al Fayed, l’olandese poteva forse servire. Van der Sar trovò anima e corpo nella Premier league, al punto da finire sotto l’osservazione di Ferguson che lo volle al Manchester United. Così fu, così è stato, così è.
La cronaca ha proposto altre immagini, niente affatto buffe, a parte le sberle di Kakà e del Milan o ancora, le ultime del Barcellona, ma mai più le saponette juventine. Anche perché il ragazzone che assomiglia a Bill Gates o al meno illustre Campedelli, presidente del Chievo, quel portiere, dunque, ha fatto la storia del calcio olandese: 130 presenze, nessuno come lui in porta alla nazionale dell’arancia meccanica, nessun altro portiere ha vinto come lui, trentuno trofei ventuno dei quali ottenuti con la squadra di club e dieci totalmente esclusivi, individuali. Non sembra, è vero? Ma questo è il calcio di chi non urla, di chi lavora e basta. Edwin van der Sar è questo, estremo difensore, si diceva e qualcuno dice ancora, l’uomo che non gioca, non corre, non dribbla ma osserva, aspetta. Lui, Edwin, in campo porta il numero 1, canonico dei portieri ma in allenamento si concede un souvenir di adolescente, la maglietta con il numero 14, il numero di Johann Cruyff, il calcio, l’Olanda, il simbolo di un’epoca che ha segnato il gioco in tutto il mondo e che nell’Ajax, la squadra da dove è partita l’avventura di Van der Sar, ha rappresentato la svolta. Ma tutto questo è polvere rispetto alle ore difficili che Van der Sar sta vivendo, i record, le coppe, i trofei, l’urlo dell’Old Trafford, il teatro dei sogni, oggi non servono a nulla; Anne Marie è distesa su un letto di ospedale, Edwin, come un portiere, osserva, aspetta, gli basta un battito di ciglia, un respiro per tornare a giocare e a vivere.