Drieu La Rochelle e il fallimento di una banale arrampicata sociale

Fra errori, compromessi e falsità, Camille Le Pesnel trascina la propria famiglia verso un'affermazione irraggiungibile

Stenio Solinas

Piccoli borghesi, di Pierre Drieu La Rochelle (Theoria, pagg. 408, euro 18, traduzione di Alfredo Cattabiani, introduzione di Alessandro Gnocchi), è il primo dei suoi due grandi romanzi (l'altro è Gilles), dove a essere raccolto è tutto quanto in precedenza era stato dissipato, quasi con noncuranza e affettazione, ma anche con disperazione crescente. Decadenza, corruzione, contemplazione, azione, amore e morte si danno battaglia in un crescendo nel quale l'autore fa uso degli strumenti letterari più raffinati a sua disposizione e ci lascia un libro che in una biblioteca ideale non può mancare.

Piccoli borghesi è la storia di un fallimento. Ma che fallimento! Attraverso l'analisi di una famiglia rappresentativa di quel ceto sociale, Drieu narra un quarantennio di vita francese vista dall'osservatorio privilegiato di una classe che del conformismo aveva fatto la propria arma di difesa e del denaro «il dio sconosciuto» da adorare a tutti i costi. Scandito dagli errori e dai compromessi, il modello di vita del protagonista, Camille Le Pesnel, finisce, a poco a poco, per deturpare tutto ciò che ha intorno, ma che comunque aveva già in sé i germi della dissoluzione. Moglie e figli, cognomi rispettati e parenti autorevoli, scivolano, così, via via, per una china nella quale, alla lenta degradazione, non corrisponde nessuna capacità e/o volontà di difesa.

Nel tracciare il ritratto di Camille, indolente uomo di sufficiente fascino, sufficiente ambizione, sufficiente bellezza (tutto è sufficiente, nulla è straordinario...) Drieu ritaglia, in parte, una fetta di immagini paterne, ma, soprattutto, ci dà la descrizione di quell'arrampicatore sociale medio che resiste ai rovesci finché amicizia, età e una certa qual prudenza animale lo faranno marciare con attenzione. Il crollo arriva non appena «il piccolo borghese», pur rimanendo tale, decide il salto di qualità, di classe, di ruolo.

Mentre la piccola borghesia descritta dal genio di Céline è viva nel suo rancore e nel suo odio, è battagliera, grintosa, animata da sentimenti di vendetta che addirittura sfociano in apocalittici match pugilistici, quella di Drieu è tutta registrata sul versante del rispetto, della forma, del filisteismo. Le scenate si limitano al pianto convulso; le assicurazioni di fedeltà o di serietà sono sempre fatte chiamando a propri testimoni l'onore, i figli, gli anni di duro lavoro; le riappacificazioni terminano regolarmente sul letto matrimoniale. Drieu sceglie il lato del decoro, della pulizia formale, della tavola apparecchiata, della domestica che, pur essendo tenuta a distanza, fa parte integrante della casa. Presenta, insomma, il nido di vipere che lo disgusta, ricostruendo, dall'interno, dei gruppi di famiglia nel pieno della loro recita. E non è un caso che l'unica a salvarsi dal disastro Le Pesnel sia Génevieve, la figlia (cui, magistralmente, Drieu dà, nell'ultima parte del romanzo, il ruolo dell'io narrante), che trova nel fare l'attrice il giusto compimento della propria personalità. Reciterà sulla scena, così come il padre aveva recitato nella vita.

Piccoli borghesi non solo è scritto in modo limpido, ma, per i tre quarti del romanzo, Drieu, narratore imparziale, fa scorrere sotto i nostri occhi questa meschina fiera delle vanità, in cui nessuno ama il ruolo che la natura gli diede e tutti aspirano a un cambiamento, senza però avere il coraggio di chiederlo con la forza. È un susseguirsi di intrighi, bassezze, ritorsioni, minacce fra le quali l'autore si muove con abilità per portare le sue vittime sino alla catarsi estrema: solo quando tutto è distrutto, quel tutto che dalla stupidità e dal calcolo nacque, può, dalla potenza del caos, sorgere un altro ciclo. Con questo romanzo, scritto a metà degli anni Trenta, Drieu si propose un compito ambizioso: descrivere il perché della decadenza di una certa Francia, analizzarne senza pietà limiti e deviazioni. Lo centrò.

Commenti
Ritratto di Vogelspinnen-ChrisLXXIX

Vogelspinnen-Ch...

Dom, 30/04/2017 - 18:28

Scrittore e personaggio fuori dal comune, di una Europa che oggi non esiste più, in pura cdecadenza e schiacciata da materialismo, globalismo, schiavismo 2.0 mascherato dietro falsi sorrisini ipocriti e corrotti. Molto bella anche la canzone "Gilles" degli Attacco Frontale, cover di quella di Mancinelli.