Da «Drive In» all’opera lirica senza perdere la faccia

Il «grande Enrico» non si concede tregua. Oggi recita in un vaudeville scatenato e domani lo rivediamo affrontare impavido un'operetta di Franz Lehár. E mentre dagli schermi televisivi ammicca (ma con parsimonia) in Striscia la notizia, eccolo d'improvviso spiegare puntiglioso a soprani e tenori la corretta impostazione mimica dei personaggi del «Don Pasquale»...
Ma come... adesso Beruschi si dà alla lirica... non sarà un po'troppo, scusi tanto?
«E perché mai? In fondo, non faccio che rendere giustizia al più grande autor comico dell'Ottocento, il bergamasco Gaetano Donizetti! Oddìo, speriamo che da lassù non mi senta il Rossini, che non solo storicamente l'ha preceduto ma... ».
Ma cosa?
«Ma ha tutto il diritto di contestarmi facendomi colare a picco
in questa svolta decisiva della mia carriera».
Già, infatti, in tanti ci chiediamo come e perché il teatro d'opera abbia scoperto il Beruschi, sempre non sia stato lui a inserirsi di prepotenza nel mondo delle sette note. Vuol dirci come stanno le cose?
«La lirica è una passione che, nella mente e nel cuore del Beruschi, viene da lontano. E precisamente dal'56 quando, a tredici anni, facevo la fila in via Filodrammatici per applaudire la Callas alla fine della "Traviata". Ma non mi sarei mai improvvisato regista d'opera se non mi fossero venuti a cercare».
Finora quante opere ha messo in scena?
«Oddìo, mi faccia fare il conto. Ho fatto a Chieti prima e a Cortona poi "Il barbiere di Siviglia", poi è stata la volta del "Flauto Magico" ad Alessandria in forma di oratorio, badi bene, ma coi cartoni animati di Luzzati a farmi compagnia, e infine a Sondrio, tornato attore, sono stato il perfido narratore di "Pierino e il lupo"... ».
Complimenti! Ma tutto ciò non rischia di allontanarla da quei personaggi ironici e svagati che erano un po' il suo marchio di fabbrica?
«Niente affatto! Tanto è vero che, persino nell'opera, il Beruschi si ritaglia i suoi spazi e nel "Barbiere", strabuzzando gli occhi, fa il verso ad Ambrogio, un eroe muto come una tomba che assiste imperturbabile a tutti i maneggi di Figaro. Mentre nel "Don Pasquale", perché ho messo in scena anche quello, impersono un maggiordomo che rotea gli occhi peggio di uno spadaccino con la sua terribile arma da taglio».
Dica la verità, la lirica non sarà un surrogato di quella tv
che da un po' non la vede protagonista?
«Surrogato no, sostituto sì».
Come mai la vediamo così di rado sul piccolo schermo?
«È un mistero impossibile da sciogliere, incredibile da rivelare, indecifrabile perché intraducibile. Qualcuno - ma questo non lo scriva - tempo fa mi fece capire tra le righe che, non essendo un uomo di sinistra, la mia presenza non era gradita in alto loco».
Ma tornerebbe o no a rallegrare le nostre serate?
«Se gli si concede carta bianca e soprattutto si rispetta il professionismo nella scelta di chi gli sta accanto, il Beruschi non ha problemi. Si ricorda o no che sono approdato anche a Telenova?».
Dove ha condotto un format a mezza via tra il cabaret surreale e i dilettanti allo sbaraglio della «Corrida», mi pare...
«Lei mi toglie le parole di bocca. Ma torniamo al teatro, vuole?».
D'accordo. La rivedremo o no nei panni del professor Gilardoni, il simpatico assessore ambientalista di quell'irresistibile show intitolato "Chi ha detto che gli uomini preferiscono le bionde?".
«Proprio così».
Allora, ci sarà o no un revival?
«Sa che me lo chiedo anch'io?»
Un paio d'anni fa l'abbiamo applaudita nelle vesti di Toulouse-Lautrec. Non mi dica che, dopo la lirica, la rivedremo attore drammatico?
«Crede davvero ci sia differenza? A volte, basta strabuzzare gli occhi, anzi roteare un occhio solo protendendo il mento verso l'interlocutore ed ecco, hopplà, il Gassman di "Otello" tramutarsi nel topo di fogna dei "Soliti ignoti"».
A proposito, lei che è un milanese doc ha mai pensato di lasciare la sua città?
«Sarebbe come chiedere alla Ninetta del Verzee di trasferirsi all'ombra del Vesuvio».