«Dopo droga e viados ci mancavano i kamikaze di Allah»

Via Padova in allarme dopo l’operazione anti-terrorismo: «I nostri appelli caduti nel vuoto, siamo in balìa degli estremisti»

Il fiorista della Martesana non aveva dubbi: «Una grande moschea in via Padova finirà per diventare il centro di reclutamento per kamikaze». Ipse dixit nel febbraio scorso, giorni in cui si ventilava la costruzione di un mega-tempio da 3mila metri quadrati al civico 366. A nove mesi di distanza e ventiquattro ore dopo gli arresti per terrorismo internazionale proprio tra alcuni abituali frequentatori della «Casa della Cultura islamica» al numero 38, l’uomo delle rose non ha cambiato idea. Anzi, come lui decine di residenti e commercianti sfogliano i giornali con aria da «noi ve l’avevamo detto».
E come dare torto a quei cittadini che, da tempi non sospetti, provano a sensibilizzare gli amministratori sull’escalation di degrado nella zona? «Un processo iniziato come minimo 10 anni fa - raccontano - e da allora accentuatosi sempre più». Confermano le statistiche: da queste parti è immigrato un residente su cinque, record tra gli stessi quartieri «multietnici», merito soprattutto di egiziani, marocchini, tunisini (e cinesi, ma è un’altra storia). D’altronde alla gente non è richiesto il lavoro d’intelligence, quello compete alla Procura. Perciò la maggior parte si limita a notare «l’assembramento di personaggi di ogni genere davanti alla Casa della Cultura e all’Istituto islamico». Qualcuno giura persino di aver incontrato di persona le «facce losche» diffuse dai Ros agli organi di stampa. Suggestione o no, da oggi in via Padova si sbarrano i portoni con qualche timore in più, se mai ce ne fosse bisogno. Semplice il ragionamento del titolare di un ferramenta: «A noi riesce difficile comprendere cosa accade dietro le vetrine delle attività gestite dagli stranieri, specie quando rimangono aperte anche di notte...». Dubbio legittimo poggiato sulla constatazione che luoghi di culto o d’aggregazione per islamici portano con sé un «indotto» costituito da kebab, internet point, macellerie halal, agenzie di trasferimento di denaro e altre botteghe tuttofare. Posti a uso e consumo di una comunità, per nulla permeabili a sguardi indiscreti. «Sfido chiunque a mettere il naso nei loro affari e scoprire se quei soldi servono a finanziare il terrore», riassume una signora particolarmente preoccupata.
Alla vicepresidente del consiglio di Zona 2, Barbara Calzavara (Fi), preme invece sottolineare come «spesso i cittadini abbiano ragione a lanciare allarmi tanto ignorati dalle istituzioni quanto realistici alla prova dei fatti. Le oltre duemila firme raccolte contro la nuova moschea altro non sono che una palese richiesta di attenzione da parte di amministratori e forze dell’ordine. Già il quartiere è stretto nella morsa della prostituzione, dello spaccio, delle occupazioni rom. E adesso pure degli integralisti votati alla jihad».