La droga immobiliare

Tra le tante notizie di questa crisi finanziaria una, se non ci rassicura, almeno un po' ci rallegra. Una nota di agenzia ha annunciato che il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa sta monitorando con la Banca d'Italia la crisi. Considerati i talenti contabili di costui sarebbe ovvio dedurne il peggio. E però anche potremmo dedurne che la situazione sia, come al solito in Italia, grave ma non seria. E invece deve dirsi seria. Perché nel suo svolgersi a New York o a Francoforte essa risponde a quelle scene consuete con cui si avviano le crisi gravi. Riunioni di insonni banchieri che negano le loro ribalderie, per infine crollare, svelare un buco multiplo di quanto avevano lasciato immaginare. Dopo di che l'insonnia si trasferisce da loro ai banchieri centrali, in dovere di trovare i denari che nessuno vuole a ragione più dare agli altri. Ma che servono a evitare il propagarsi delle insolvenze. Così andò nel 1907, negli anni seguenti quando finì bene e il governatore della Banque de France fu decorato a Londra al suono della marsigliese per aver salvato la City. E così non andò però nel 1931, quando invece a Berlino e a Londra finì male, e crollò l'economia internazionale.
La presente sequela di banche nei guai coi fondi congelati, o in bancarotta, e le banche centrali che in soli due giorni pompano 300 miliardi di dollari non hanno insomma esito scontato. Né è argomento risolutivo la positività della congiuntura per così dire reale. Mai s'erano vendute tante automobili come prima del crollo di Wall Street nel 1929, ma al contempo mai prima le famiglie erano così indebitate e la speculazione immobiliare in Florida così folle. E così si potrebbe a volontà dire molto d'altro, per inquietarci. Del resto i banchieri centrali diramano per mestiere inviti alla calma, tanto più sono inquieti e le loro riunioni durano fino a tardi. Insomma chi questa volta vi si avvicina, chiedendovi se non sia il caso di rientrare in borsa, si comporta da sciocco. Districare i limiti di questa crisi è affare complicato. E chi la considera di routine come le tante di questi anni rischia. Del resto è viziato, finora è sempre stato premiato proprio da quanto rende più indecisa questa crisi.
Ha iniziato negli anni 90 il Giappone a inflazionare l'economia mondiale per sfuggire allo sgonfiarsi di una bolla immobiliare. E Greenspan ha seguitato poi senza ritegno. E certamente le borse così si sono riprese ogni volta senza troppi guai. Ma i prezzi dei capitali sono divenuti più distorti. Serviva investire in nuove energie e petrolio, sono stati bruciati bilioni nella net economy. Occorreva aumentare il risparmio delle famiglie americane, invece le si è drogate con le bolle immobiliari dopo quelle borsistiche. E alla Cina si sono concessi tassi di cambio sottovalutati, e investimenti scriteriati, purché il suo precario sistema bancario finanziasse il debito degli americani. E sono questi gli altri elementi che potrebbero complicare la crisi. I rischi non vengono solamente dalle varie borse ma pure dai Paesi emergenti. Quanto infatti possono reggere costoro alle tensioni dei tassi? E soprattutto i consumatori americani ne usciranno ancora stavolta graziati in extremis? E per quanto ancora? Insomma le settimane a venire sono decisive per capire se queste varie cause evolveranno o no al peggio, alla deflazione. Non è affare questo solo di qualche banca in crisi.
Geminello Alvi