Droga, nani e bare aperte Frank Oz provoca gli spettatori

Il regista presenta la commedia noir Funeral party. «Amo rompere le regole»

da Locarno

«Me ne frego del politicamente corretto. Bisogna conoscere le regole, per infrangerle: è più divertente!», spiega il regista inglese Frank Oz, ieri sulla rampa di lancio in Piazza Grande con Death at a Funeral (da noi uscirà il 21 settembre come Funeral party. Quando una vita finisce, cominciano i guai). Noto per aver diretto In&Out, Oz ne ha fatte più di Carlo in Francia: marionettista al Muppet Show, creatore di Yeoda in Guerre stellari, Oz ha recitato nei Blues Brothers e in altre cinefacezie del sodale Landis, a sua volta amante delle commedie nere. E cosa c’è di più nero d’un funerale, dove le bare si aprono, il caro estinto viene sepolto con l’amante nano, il vecchio zio Alfie, in carrozzella, se la fa addosso e tutti si drogano, credendo di prendere una pasticca di Valium, mentre assumono Lsd? Siamo dalle parti della classica «slapstick comedy», dove si ride per scene apparentemente ingenue, ma sofisticate nell’impegno recitativo degli attori e nel meccanismo oliato dal regista. «Volevo dirigere qualcosa di piccolo: un B52, per lanciare le bombe, va bene. Ma ogni tanto ci vuole pure l’aereo da turismo», spiega Oz, di bianco vestito, gli occhialini tondi da cerebrale scanzonato. «Sono un regista, non un politico e chi se ne importa, se qualcuno lascerà la sala perché non gli piace la cacca. Le commedie pulite mi fanno vomitare: disturbare le persone è divertente e lavorare con un piccolo gruppo di ottimi attori inglesi è meglio che dirigere grandi star americane».
In effetti, qui la tipica comicità inglese è concentrata nelle mimiche irresistibili di Jane Asher (fa la vedova Sandra, cappellino di piume in testa e battute tipo: «Una tazza di thè può fare tante cose, ma non riportare in vita i morti»), Ewen Brenner (nel ruolo di Justin, mandrillo il cui unico cruccio sono le donne) e, soprattutto, di Peter Dinklage, nella difficile parte del nano omosessuale, pronto a ricattare la famiglia del caro estinto, nel giorno del funerale, con varie foto compromettenti. «Inizialmente, il personaggio non doveva essere un nano: abbiamo offerto il ruolo a star che hanno rifiutato. Evviva! mi son detto, e ho avuto ragione, perché Dinklage dà alla sua parte una profonda dignità. Fosse stato un interprete noto, Jim Carrey, per esempio, per i primi quindici minuti la gente si sarebbe messa a fare i confronti! La mia, comunque, non è una commedia, bensì una farsa, peraltro scritta da un autore londinese molto timido. Che ha scritto all’antica, come volevo io».
Maneggiare con cura i codici della comicità non è stato difficile, per Frank Oz, che ha assegnato ad ogni attore un codice cromatico. «Teoricamente, avevo pianificato tutto in modo perfetto. Ma sul set, me ne sono scordato, improvvisando. E ci siamo divertiti durante le prove», ricorda il regista.
Che per tornare ai prodotti euro-minimalisti, a basso costo, è riandato a lezione dal suo ex maestro di recitazione. «Volevo reimparare a dirigere gli attori. E sceglierli non è stato complicato: se voglio un giudice, per esempio, cerco un montanaro, o un idraulico e non un distinto signore attempato, con i capelli bianchi. Mai stati in tribunale? Certi giudici sono scemi, urlano e non hanno i capelli bianchi».