Ds all’incasso, da lunedì il voto sul Quirinale

Il disegno: spingere il presidente a candidarsi rischiando una bocciatura al primo scrutinio

Gianni Pennacchi

da Roma

Poco prima che la Cdl lanciasse formalmente la proposta di un bis per Carlo Azeglio Ciampi, i big dell’Unione stavano ancora ragionando sul da farsi per Massimo D’Alema, candidato unico della Quercia al Quirinale. L’incognita era sempre quella, se cioè Ciampi avrebbe dato l’incarico di formare il nuovo governo a Romano Prodi prima della corsa al nuovo settennato. Una variabile non da poco, sulla quale pesavano due fattori: la fretta di Prodi, che voleva la sua incoronazione prima della partita per il Colle, e la prudenza di Ciampi che si negava all’ipotesi di dar lui l’incarico col rischio che poi il governo giuri nelle mani di un altro.
L’interrogativo attanagliante, almeno per i Ds, era: se Massimo corre da ministro degli Esteri, risulterà svantaggiato? Così serio il dilemma, da far ponderare ai dalemiani se fosse preferibile non farlo proprio entrare al governo, acciocché risultasse incontrovertibile e palese a tutti che il lider maximo e il partito più importante della coalizione nulla ancora hanno ottenuto, dopo che Prodi ha il governo, Fausto Bertinotti la Camera e Franco Marini il Senato.
Il comunicato della Cdl e la rapida conferenza stampa di Pierferdinando Casini hanno tagliato la testa al toro imprimendo un’accelerata che ha sollevato la sinistra dalle ambasce. Poco dopo infatti, Bertinotti ha onorato la cambiale di quel «passo indietro» compiuto in suo favore da D’Alema, e «d’intesa con il presidente del Senato Franco Marini» ha lestamente convocato il collegio dei Grandi Elettori per l’8 maggio, lunedì prossimo. Spetta al presidente della Camera infatti, dare il via all’elezione del capo dello Stato, e tale accelerazione - invocata pure dall’opposizione, tra l’altro - rinvia la formazione del governo al dopo Quirinale. Ove non è affatto scontato che resti Ciampi, anzi. Perché l’intera Unione si spertica in lodi per il presidente uscente, giura di amarlo e volerlo, ma in realtà lo boccia. Anche Prodi, che visceralmente è il meno felice di aver D’Alema al Quirinale.
Sembrava che la sortita del centrodestra li avesse messi all’angolo, ma ne son sgusciati lestamente e all’unisono. Vuoi che qualcuno possa dir no a Ciampi, rifiutare la sua alta e illuminata garanzia? Peggio che parlar male di Garibaldi, dunque ecco l’intera Unione a dirsi felice, «gli italiani saluterebbero con simpatia e fiducia» la sua rielezione: questi è Piero Fassino, che però subito aggiunge come sia «evidente che una tale possibilità dipende dalla disponibilità e dalla volontà dello stesso presidente». Anche Prodi sarebbe «molto felice e contento» di un altro Ciampi, «ma è lui che deve decidere questo». Dario Franceschini per la Margherita condivide «quanto detto da Prodi». Anche per D’Alema sarebbe un fatto «positivo», ma «naturalmente la decisione spetta solo ed esclusivamente a lui».
Luciano Violante si spinge di più, trova «condivisibile» la proposta ricordando: «Mi pare che lui non sia d’accordo». Più sfumato ma ugualmente chiaro Peppino Caldarola, altro dalemiano di ferro: «Ciampi faccia conoscere se ha cambiato idea». E così via, Giorgio Napolitano (che spera anch’egli) è felice però obietta che «è una questione di metodo», Franco Giordano (successore in pectore di Bertinotti) non ha nulla da obiettare ma rinfaccia che «la proposta spetta alla maggioranza» e non all’opposizione. Tutti in coro perfetto, meno il neosenatore Nicola Latorre, pur dalemiano, che intempestivo e ignaro ha reso un cattivo servizio al suo leader proponendo che alla Cdl «deve rispondere tutta la coalizione attraverso un vertice».
Si vorrebbe forse che Ciampi rompa il riserbo e si offra pubblicamente? Col rischio di incorrere in una pessima figura se poi finisse impallinato - per pochi voti, ovviamente - ai primi scrutini, quando son richiesti i 2/3 dei 1.010 grandi elettori. Mentre dal quarto son sufficienti 506 voti, e l’Unione ne conta almeno 546. Così, a sinistra gongolano: «Questo passo della Cdl azzera il metodo della rosa concertata, usato sette anni fa. Ora c’è il metodo Marini». Se Ciampi tace, ovviamente.