Ds e Margherita deludono Prodi «No al simbolo unico al Senato»

Dal vertice Ds-Dl il progetto del partito democratico voluto dal Professore esce ridimensionato. Gli uomini del suo staff: «Fassino e Rutelli snobbano l’idea, senza entusiasmo si rischia un flop inaudito»

Laura Cesaretti

da Roma

Se l’Ulivo «avrà un grande successo alle prossime elezioni politiche, ci sarà un'accelerazione nella costruzione del partito democratico», promette Piero Fassino. Ma il rinvio al dopo-politiche e al «grande successo», tutto da quantificare, della lista unitaria pare fatto apposta per non rassicurare Romano Prodi. Anche perché i sondaggi che girano non incoraggiano all’ottimismo: il simbolo dell’Ulivo, alla Camera, rischia di prendere meno voti della somma di Quercia e Dl al Senato, dove i partiti dovrebbero correre separati. «Sarebbe un disastro, perché darebbe ottimi argomenti a chi vuole rinviare sine die la nascita del partito democratico che Prodi chiede di incardinare subito», spiegano gli uomini del Professore, «e per ora Fassino e Rutelli sembrano interessati a lavorare molto più sui loro simboli al Senato che sul listone...».
Come paiono fatti apposta per deludere il candidato premier pure gli esiti del vertice Ds-Margherita di ieri pomeriggio, dedicato appunto al lancio del listone comune. Le due delegazioni, capeggiate dai segretari, hanno «messo a punto l’agenda elettorale», come spiega il rutelliano Paolo Gentiloni. Il 25 febbraio, al Palalottomatica di Roma, ci sarà una kermesse «in cui partirà formalmente la campagna dell'Ulivo e da quel momento - aggiunge il ds Gianni Cuperlo - la comunicazione convergerà sotto il marchio Ulivo nel solco già tracciato dalle campagne di partito».
Per il resto, però, no secco a presentarsi insieme sotto l’Ulivo anche al Senato: «Non se ne parla neppure», dice il mariniano Beppe Fioroni e ripetono i fassiniani. Anche se dal ds Bersani sembra arrivare una sorta di apertura: «Non escludo niente. L'importante, conti alla mano, è prendere voti e battere Berlusconi». No pure ad aggiungere al simbolo l’auspicio «per il partito democratico». «Ma lasciamo perdere», liquida l’ipotesi uno dei partecipanti alla riunione. «Personalmente, non ne vedo le condizioni», rincara il dalemiano Cuperlo, «oggi questo tema non è stato oggetto di discussione, non è una questione di cui si sta parlando». Né vale a dissipare i sospetti prodiani l’assicurazione di Vannino Chiti, coordinatore della segreteria della Quercia: «Dopo le elezioni, alle Camere faremo due gruppi unitari, con due capigruppo, non con dodici capigruppo». Con la clausola, spiegano però gli strateghi dei partiti, che si farà poi una «modifica del regolamento parlamentare perché il gruppo unitario sia come il gruppo Misto, e mantenga al suo interno la separazione tra le componenti». Poi, prosegue Chiti, «dovremo decidere un manifesto di valori da discutere nei congressi dei partiti, per poi far partire la fase costituente». Nessuna accelerazione, dunque, come chiedeva il leader della coalizione «sperando che noi restassimo sotto botta per la vicenda Unipol e non potessimo dire no», spiegano in casa ds. Il partito democratico? «Adelante Pedro, con juicio», è il motto di Fioroni. Perché se è vero che Prodi e Rutelli sono uniti dall’obiettivo di bloccare le «mire egemoniche» dei ds usando a tal fine il partito democratico, è anche vero che a loro volta Fassino e Rutelli sono uniti da un altro obiettivo di breve periodo: evitare che dal listone nasca il «partito di Prodi», rafforzando il potere contrattuale delle rispettive botteghe verso il leader.
I prodiani si dicono «fortemente preoccupati», perché visto lo «scarso slancio dei partiti», la lista dell’Ulivo «rischia un flop inaudito». E dal quartier generale del Professore parte la tirata d’orecchie del suo stratega Arturo Parisi. Secondo il quale «la lista unitaria deve essere una locomotiva, non una semplice bicicletta». Se invece l’Ulivo «si proponesse come una semplice somma tra partiti, associando in modo esplicito o implicito due simboli, come capita appunto nelle biciclette elettorali, finirebbe infatti per soggiacere alla regola per la quale 2+2 è raramente uguale a 4». Proprio come dicono i sondaggi elettorali.