Ds e Margherita lo incalzano: il suo consigliere deve dimettersi

Il ministro Chiti: «Il dossier Rovati? Un errore mandarlo e un errore farlo su carta intestata»

Laura Cesaretti

da Roma

A sera, la bufera che per tutta la giornata aveva infuriato sulla testa di Romano Prodi viene improvvisamente sovrastata dal boato che parte dal Cda Telecom con le dimissioni di Tronchetti Provera e l’arrivo di Guido Rossi. E il Palazzo sembra assistere basito al terremoto, per molti inaspettato. E chi ne era a conoscenza, ovviamente, si guarda bene dal raccontarlo. Ci sono i ben informati che assicurano che a non saperne nulla, ad esempio, fosse proprio il premier in trasferta cinese: occupato per tutta la giornata a respingere la richiesta di riferire in Parlamento e a difendere il fido Angelo Rovati (quello del fax a Tronchetti) dalle pressanti richieste di dimissioni che arrivavano ufficiosamente dai Ds e dalla Margherita[NOTE][/NOTE] (e ufficialmente da Repubblica e da Libertà&Giustizia), Prodi a sentire quelle voci sarebbe stato colto di sorpresa dalle dimissioni del super-manager con cui aveva ingaggiato un duello rusticano a colpi di comunicati stampa. In casa ds confidano che «nel pomeriggio qualcosa era trapelato», e dal quartier generale di Telecom sarebbero partite telefonate alla volta di Massimo D’Alema, che era impegnato in Siria per una riunione Ue sulla situazione mediorientale.
Intanto la Cdl parte all’attacco contro Guido Rossi, «uomo della sinistra». Anche se, sottolineano i più smaliziati, bisogna vedere di quale sinistra si tratti. E dove andrà a parare l’onda sismica scatenatasi ieri sera. Il viceministro dell’Economia Pinza (dl) liquida l’accusa: «Questa storia che con Guido Rossi la sinistra mette le mani su Telecom, mi sembra una clamorosa sciocchezza». Il ds Peppino Caldarola dà voce ad una certa inquietudine: «Sono stupito. Mi pare che ci sia un po’ troppo Guido Rossi nella nostra vita pubblica, sembra il nuovo Re d’Italia ma senza che ci sia stato un referendum per reintrodurre la monarchia». E il Guardasigilli Clemente Mastella ironizza sullo stesso tema: «Ma quanti incarichi ha il professor Rossi? Almeno si dimetta da commissario della Federcalcio...».
Nell’immediato, la clamorosa novità può servire a togliere dalle peste Prodi, spostando l’attenzione dal caso scottante del dossier Rovati. Il più pronto a cogliere la palla al balzo è il ministro Antonio Di Pietro, che da giorni sta giocando la parte del più loquace e indefesso difensore di Prodi, facendo risaltare ancor di più il gelido silenzio di Quercia e Margherita. «Le dimissioni di Tronchetti parlano chiaro sulle responsabilità e sulla bontà dei fatti degli ultimi giorni, ora si rimedi al più presto e si faccia un po’ di luce su questa débâcle del capitalismo italiano». Insomma, se Tronchetti si è dimesso vuol dire che Prodi aveva ragione, fa capire il ministro. E che il dunque il caso Rovati va chiuso. Anche se ieri pomeriggio le dichiarazioni del premier che piovevano da Shanghai avevano messo in subbuglio l’Unione, rischiato di aprire un caso diplomatico tra governo e Parlamento e irritato diversi alleati. Fassino e Rutelli non aprivano bocca per difendere il premier dall’ondata polemica, e i loro uomini confidavano grande preoccupazione: «Sarà che è in Cina, ma Prodi sembra non rendersi conto dell’enormità di quel che sta montando contro il governo».
Lo stesso presidente della Camera si era mosso per far capire al premier che il suo niet alle richieste di dare spiegazioni alle Camere («Ma che siamo diventati matti?», era sbottato Prodi) non era opportuno: «Che volete che vi dica...la Cina è lontana», sospirava Fausto Bertinotti allargando le braccia. E la «distanza», aggiungeva, «produce dimensioni scarsamente sondabili». Come gli è consueto, il presidente della Camera usa toni soavi, ma alla fine il succo del discorso suonava simile a quel che un esponente ds sintetizzava più brutalmente così: «Prodi ha perso la brocca». Il radicale Capezzone, che tra i primi aveva reclamato una spiegazione del governo, insorgeva: «Conviene anche a Prodi precipitarsi in aula a chiarire, invece di lasciar trascinare una polemica dannosa per tutto il governo». Mentre Cofferati criticava: «Non è giusto che la politica intervenga nell'attività di un'impresa».
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Chiti cercava di mettere una pezza, riconoscendo il diritto del Parlamento ma al tempo stesso mettendo dei paletti per rassicurare il premier: «Di fronte ad una richiesta dell’opposizione e della stessa maggioranza, il governo non si sottrarrà a dare un contributo di chiarezza». Ma Chiti avverte che non potrà essere l’occasione per trascinare Prodi (o chi ne farà le veci, si parla del sottosegretario Enrico Letta perché il premier non ne vuol sapere di esporsi in prima persona) in una pubblica polemica sul caso Rovati. Dunque, spiega il ministro, «il governo non è disponibile a rispondere a tentativi di strumentalizzazione o polveroni basati su pettegolezzi». Ma poi l’esponente ds non risparmia un fendente anche al premier, che non vuol mollare il suo consigliere: il dossier Rovati? «Era meglio se non ci fosse stato. Non doveva mandarlo quel documento e non doveva farlo su carta intestata».