Ds e Margherita: lotta continua anche in Sicilia

Pietro Mancini

Dal momento che il grande malessere e le prese di distanza della Margherita dalle scelte della Quercia, in primis sulle candidature in Sicilia, aumentano e attengono non solo alle personalità da schierare alle prossime elezioni, ma alle scelte di fondo del centrosinistra, il segretario dei Ds non può illudersi di liquidarle, solo alzando il tono della voce e mostrando i muscoli all’alleato competitor.
Da leader esperto, e ormai non più condizionato nella gestione del partito da un personaggio ingombrante come D’Alema, impegnato a coltivare il sogno della Farnesina, il dirigente piemontese dovrebbe preoccuparsi di fornire risposte politiche più convincenti a quanti, tra i militanti e gli elettori diessini, si stanno interrogando con crescente preoccupazione, che in taluni casi rasenta l’angoscia, sulla reale identità e sulle prospettive della Quercia. Come Fassino, giustamente, non si illude che sia possibile comprimere nei ristretti confini di una baruffa veneziana la frattura, esplosa tra i sostenitori e gli accaniti avversari del sindaco Cacciari, così lo strappo con Rutelli, che ha bocciato la decisione dei Ds di sostenere la corsa di Rita Borsellino alla presidenza della Sicilia, qualora non venisse motivato in modo chiaro, potrebbe provocare delle conseguenze molto negative, forse dirompenti, non solo nel partito, ma in tutta l’area di riferimento, attuale e potenziale, del centrosinistra.
E alla sfida del leader dei Dl - che ha sollecitato i diessini a togliere dal tavolo politico la devastante contrapposizione, all’interno dell’Unione tra mafia e antimafia - sarebbe auspicabile che Piero chiarisse, e prima delle primarie del 4 dicembre, se, con il discutibile appoggio alla sorella del giudice ucciso a Palermo, il partito intenda compiere un passo indietro, riciclando la vecchia equazione cara ai settori giustizialisti, in Sicilia e fuori: dissenzienti dalla sinistra uguale mafiosi. Il Pds di Occhetto, quando negli anni ’90, assunse un ruolo subalterno alla linea dell’allora sindaco di Palermo Orlando, a sua volta modellata sulle inchieste giudiziarie di Caselli contro gli esponenti anticomunisti, incappò nelle più pesanti sconfitte politiche ed elettorali. E dunque, anche alla luce di quelle batoste, Fassino dovrebbe rompere gli indugi e spiegare ai dirigenti siciliani che una cosa è la campagna elettorale della signora Borsellino, unicamente centrata sulla sua asserita «diversità» morale rispetto all’attuale governatore Totò Cuffaro, altra e diversa cosa è la politica alternativa al centrodestra che i Ds intendono proporre ai siciliani, i quali pretendono impegni seri, e non generici slogan, sui problemi dell’economia e dello sviluppo dell’isola.
Non avendo un proprio candidato da contrapporre al rutelliano professore Ferdinando Latteri, i diessini hanno preferito subire l’imposizione del fronte dei «professionisti dell’antimafia», influenzati dai documentari, faziosi e a senso unico, della struttura tv di Santoro. Ma adesso verrebbe a ragione considerato alla stregua di un inquietante segnale la mancata distinzione tra la piattaforma politica di un partito con responsabilità nazionali, come la Quercia, e quella, esclusivamente antimafiosa e «demonizzatrice» degli avversari, della sorella del dottor Borsellino, le cui simpatie politiche, peraltro notoriamente andavano alla fiamma missina di Almirante e Romualdi.
La prospettiva del partito democratico, delineata per il dopo-elezioni dai vertici dei Ds e dei Dl, si allontanerebbe qualora i partners della futura formazione dovessero persistere nel manifestare comportamenti contraddittori, non solo sulla Sicilia, ma anche sui capilista, sull’Irak, su Cofferati e sulla Tav. E, continuando a ondeggiare su questioni cruciali, il centrosinistra dimostrerebbe, al di là delle enunciazioni di principio, di non essere ancora riuscito a comporre in un quadro ragionevolmente unitario le voci dissonanti, né a risolvere le sue tante e gravi difficoltà.