Ds e Margherita a pezzi verso l’unificazione

Fassino rinvia il consiglio della Quercia. La «Velina rossa»: «Evitiamo scissioni»

Roberto Scafuri

da Roma

Travagli paralleli, ma chissà se la coppia di gemelli che vuol coabitare nella casa del cosiddetto Partito democratico vedrà mai la luce. Tale e tanta è ancora la distanza di mentalità e metodi tra Ds e Dl.
Fecondazione naturale, e parto sofferto fino allo sfinimento, sembra quello della Quercia, dove il segretario Piero Fassino annulla il Consiglio nazionale previsto per fine mese e getta la palla in tribuna, ovvero al 18 dicembre. Il partito è squassato dalla voglia di sinistra e socialismo, dalla frammentazione di gruppi anche della maggioranza: così alla saggia, dalemiana Velina rossa non restano che gli ultimi avvisi: «Avanti adagio, compagni, evitiamo nuove scissioni... ». Segno che l’unità tra coloro che si oppongono al Pd, promossa da Fabio Mussi, Cesare Salvi, Fulvia Bandoli e Valdo Spini funziona al centro e soprattutto in periferia. Mette alle corde la segreteria e il suo sbiadito cammino. «Il rinvio è lo specchio di una debole convinzione... Ormai fanno di tutto per guadagnare tempo», se la ride sotto i baffi Mussi. «Il rinvio è la prova di una difficoltà nel partorire una proposta al partito, visto che si sollevano critiche severe al processo», incalza il post-dalemiano Peppino Caldarola, che non esita a parlare di «sfarinamento interno dei Ds».
Fecondazione «assistita», e parto cesareo, è invece quello della Margherita, dove al congresso si confronteranno due mozioni: una promossa dal leader Francesco Rutelli (in collaborazione con Fassino); l’altra dal ministro Arturo Parisi (di cui ormai viene negata ogni ispirazione prodiana). Una lotta tra Golia e Davide, sembrerebbe, visto che sulla carta la prima mozione dovrebbe poter contare su 18 responsabili regionali (Emilia-Romagna e Val d’Aosta stanno con gli ultrà ulivisti) e su oltre l’85 per cento del partito. Persino qualcosina di più, considerato che tre esponenti «parisiani» - Enzo Bianco, Enrico Gasbarra e Pierluigi Mantini - sono passati con i rutelliani. Eppure, nonostante tutto, gli uomini del ministro della Difesa sono agguerriti e decisi a giocarsi il tutto per tutto al grido di «una testa un voto», mal digerendo il cibo «precotto» che nasconde, come dichiarano apertamente i parisiani, «quote precostituite di apparato». Tra i firmatari più autorevoli della seconda mozione, un altro ministro, Giulio Santagata, tre sottosegretari (Mario Lettieri, Nando Dalla Chiesa e Bruno Dettori), due europarlamentari (Paolo Costa e Vittorio Prodi), parlamentari di grido prodiano (Marina Magistrelli, Roberto Manzione, Willer Bordon, Natale D’Amico, Franco Monaco, Andrea Papini).
Ovviamente grossi calibri ci sono anche dall’altra parte, con l’intero stato maggiore dell’ex Ppi, capeggiato da Ciriaco De Mita e disertato solo, per motivi istituzionali e non, da Franco Marini. Il problema che si cela dietro «questioni di virgole» (così minimizzano i rutelliani) sta proprio qui. «Una mozione falsa è la premessa per un congresso falso», rileva il senatore Manzione. Sicuro che mai come stavolta «il contenitore sia importante quanto il contenuto», perché se è inutile un «nuovo partito», nasce vivo soltanto un «partito nuovo». Ovvero: con regole nuove, partecipazione vera e senza «unanimismi falsi alla De Mita, che fino a ieri era il nemico pubblico numero uno del Pd».
Nelle pieghe dei due documenti congressuali si riscontrano le differenze. «Altro che virgole», si ribella D’Amico. Si tratta di dire chiaramente che entro gennaio 2008 la Margherita cessa l’attività e vengono indette primarie per l’elezione del leader di un partito «cui è del tutto inadatta l’espressione federazione», come insiste Parisi. «I cittadini chiedono un soggetto forte, quel soggetto che normalmente è associato all’idea di partito... ». Differenze non da poco sono poi quelle sulla natura laica del nuovo soggetto (molto più sfumata nella mozione rutelliana), e sull’approdo europeo nel Pse, che Rutelli vuole escludere in maniera assoluta, e i parisiani vedono in misura molto meno stringente. Certi, tra l’altro, che alla costituzione del Pd debba essere chiamato anche lo Sdi di Boselli. «Partitino» fin che si vuole, ma erede di una tradizione che neppure molti tra i Ds ci stanno a buttar via. Assieme all’acqua sporca.