Ds, l’imbarazzo corre sul filo: «Solo telefonate di un amico»

Dura nota del presidente Poletti: «Se è il caso, prenderemo iniziative per tutelare i nostri progetti e la nostra immagine»

Luca Telese

da Roma

Dai «Furbetti del quartierino» ai «Furbetti del Botteghino»: il passo è breve, per arrivarci ti basta la pubblicazione di quattro intercettazioni, ad esempio quelle in cui Giovanni Consorte - ieri sotto torchio - rivelava a Stefano Ricucci che Piero Fassino era così addentro alle vicende della cordata da esprimere valutazioni sul valore di azioni Bnl: «Non t’allargare. Che pure Fassino mi ha detto che voi Ricucci siete troppo esosi!». E poi quelle che riguardano il tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, trasformato in una sorta di «telefono amico» dello stesso Consorte: «Lo sai solo tu, come al solito, sei l’unico di cui mi fido...».
Ecco, sono bastati questi pochi squarci, ieri, a rivelare la complessità di un intreccio e a mettere in stato di assedio la sede nazionale dei Ds. Assenti sia Massimo D’Alema che Piero Fassino, fin dalla prima mattina i telefoni dei dirigenti e del tesoriere trillavano: richieste di interviste, chiarimenti, interrogativi preoccupati di amici e compagni. Quanto basta per far interrompere le comunicazioni a Sposetti e a rendere necessario soccorso degli «spin doctor» fassiniani, pronti a dettare la linea di emergenza. La strategia di salvataggio era una sola, «tenere bassa la notizia», blindare Fassino (in vacanza) evitandogli ogni intervento sul tema. E poi difendere Sposetti dall’arma a doppio taglio delle interviste, circoscrivendo le cronache dei giornali del giorno dopo all’unica trincea difendibile: un comunicato dello stesso Sposetti in cui dire il minimo indispensabile senza sottoporsi all’onere delle domande e alle difficoltà di un contraddittorio. E così, dopo un terrificante lavoro di taglia e lima, ripetute consultazioni con Fassino - agitatissimo e preoccupatissimo per i possibili effetti - il risultato è il testo che segue: anodino e scarno, visibilmente imbarazzato, diffuso a firma di Sposetti dall’ufficio stampa a metà pomeriggio. La prima parola d’ordine? Minimizzare: «Si tratta di sommarie trascrizioni peraltro già note - dice il tesoriere - la cui reiterata pubblicazione punta a creare una immagine distorta di normali rapporti che intercorrono tra due persone che si conoscono da anni e si frequentano anche al di fuori dei loro attuali ruoli istituzionali». Ovvero: i magistrati stanno usando le telefonate come una clava, quelli fra Sposetti e Consorte sono normali rapporti di amicizia (ma resta un mistero quale sarebbe la reiterata pubblicazione. Si era parlato l’estate scorsa di alcune telefonate, ma non se ne conosceva il contenuto). Secondo: «La pubblicazione di sommarie trascrizioni di mie conversazioni telefoniche con l’ingegner Consorte non contengono nulla di penalmente rilevante». Ovvero: non ci sono estremi per formulare accuse di illecito. Ma anche questa frase nasconde (male) l’imbarazzo dei vertici Ds: perché oltre ai possibili sviluppi penali, quei dialoghi rubati, pongono serissimi interrogativi politici. Non smentiscono, e anzi gettano qualche ombra di dubbio su quanto affermato fino a pochi giorni fa da Fassino sui «normali contatti» con i manager delle Coop. Intanto rivelano che il Botteghino era informato nei dettagli, e che uno dei principali collaboratori del segretario, il tesoriere era addirittura «l’unico» a conoscere passaggi decisivi delle spregiudicate operazioni di finanza condotte dai cosiddetti «furbetti».
E poi aprono degli altri interrogativi, tutti politici nel cuore dei militanti. Ma è possibile che il partito e l’Unipol («Noi dell’Unipol», dice a un certo punto Sposetti) non sapessero di che pasta fossero gli immobiliaristi con cui si erano messi in affari? Possibile negare ogni collateralismo con i manager rossi quando Consorte si riservava lui «il piacere» di informare il segretario dei Ds («Adesso poi chiamo Fassino perché questo mi chiama, s’incazza - dice in un’altro dialogo Consorte - dice che tutte le volte, dice, chiama lui»). Possibile che il segretario dei Ds e la sua squadra nutrissero una fiducia così granitica in un manager che apriva conti privati da milioni di euro (senza garanzie) presso le banche con cui trattava? Ieri il portavoce di Fassino, Roberto Cuillo, ripeteva come un disco rotto il suo no comment. Il capo ufficio stampa del partito, Gianni Giovannetti, si concedeva ironie amare sulle intercettazioni «i Pm le divulgano a puntate». Più arrabbiato Sposetti: «Mi chiedo se vi siano autorità istituzionali e responsabilità professionali che non siano chiamate in causa da questo modo di procedere». Il problema di oggi è che se «la pezza» non basta bisognerà dire di più ai compagni di base. Cosa?