Ds-Margherita, schiaffo a Prodi sul partito unico

I sospetti dell’entourage prodiano: «Francesco ha promesso a Piero di non cavalcare il caso Unipol, in cambio i diessini freneranno sull’ipotesi unitaria»

Laura Cesaretti

da Roma

«Stavolta l’altolà a Prodi lo hanno dato Chiti e Franceschini, perchè i leader si riservano ancora di mediare. Ma se il Professore insiste, rischia che siano Rutelli e Fassino a smentirlo, e allora si aprirebbe un conflitto serio tra il leader e i partiti». L’avvertimento arriva dai piani alti della Margherita, e dà bene l’idea del clima di guerriglia tra il candidato premier e i suoi principali alleati.
Non è piaciuta per nulla ai dirigenti Ds e Dl la nuova accelerazione impressa dal Professore. Che ieri, dalle pagine di Repubblica, lanciava un appello (a pagamento) rivolgendosi al «popolo delle primarie», accusando i partiti di averne troppo «rapidamente dimenticato» lo spirito e la «partecipazione convinta e appassionata», e invitandoli a «decidere adesso di procedere subito e ovunque alla costruzione del Partito democratico sotto il segno dell’Ulivo». Poche ore dopo, il messaggio prodiano si è concretizzato in una minaccia esplicita: «O si corre con bandiere veramente unitarie o è meglio che ciascuno vada con la propria», ha mandato a dire il Professore dal congresso dei Repubblicani europei. Lasciando intendere che se Ds e Dl non faranno un passo indietro, accettando di presentarsi uniti anche al Senato, lui potrebbe persino mandare all’aria il listone alla Camera, e scendere in campo con una sua «bandiera», nel nome appunto del «popolo delle primarie». Una cosa è certa, spiega il candidato premier: «Non sarò il leader senza un partito di una stretta coalizione di partiti. Sarò l’amalgama tra i partiti e la società civile di cui il Paese ha bisogno». Per il resto, Prodi rimanda alla lettura dell’intervento del (prodianissimo) sociologo Ilvo Diamanti, non a caso uscito ieri su Repubblica in contemporanea all’annuncio a pagamento del Professore. Articolo nel quale si denuncia il ritorno delle «spinte oligarchiche» dei partiti e si invita ad «adottare un unico criterio per la Camera e per il Senato: correre insieme, uniti, oppure divisi, dovunque». Perchè quel benedetto (e a parere dei partiti fantomatico) «popolo delle primarie non può accontentarsi di intese a metà».
La replica dei ds e della Margherita, dopo frenetiche consultazioni telefoniche, è affidata ai due coordinatori Chiti e Franceschini: la scelta di presentarsi uniti alla Camera e divisi al Senato è stata già presa, in accordo col candidato premier. Dunque non c’è alcun margine per la «riapertura di un dibattito sugli assetti organizzativi». Prodi si occupi piuttosto dell’ «impegno per approvare nei prossimi giorni il programma del centrosinistra», che alle liste ci pensano i suoi alleati. Nessuna concessione, uno stop secco e per di più ad una sola voce. Nell’entourage prodiano c’è irritazione, si sospetta di un pactum sceleris sancito tra i due partiti alle spalle del Professore, si indicano anche data e luogo (domenica scorsa nella casa romana di Rutelli, all’Eur), nonchè l’oggetto: «Rutelli ha promesso a Fassino di non cavalcare il caso Unipol e ha chiesto in cambio la garanzia che i ds non offrano sponde a Prodi sulla lista unitaria al Senato». E questo, spiegano, ha fatto rientrare anche quelle caute aperture pro-Ulivo che erano arrivate da esponenti di primo piano di una Quercia «sotto botta», come Pierluigi Bersani. Nè è piaciuta l’orgogliosa autodifesa dei ds su Bancopoli, e quella «rivendicazione dell’amicizia con Consorte» fatta ieri dal tesoriere della Quercia Sposetti: «Così non si fa che confermare il messaggio che i politici sono tutti uguali, che tra Berlusconi e noi non c’è differenza». Un messaggio che già sta sortendo effetti disastrosi: «Basta vedere i sondaggi che hanno anche i ds, il nostro margine di vittoria si è ridotto da 8 a 4 punti, e così si rischia di perdere». Fatto sta che forse il Professore non si aspettava un niet così fermo (concordato con l’avallo di D’Alema e Marini), perchè nel pomeriggio dal suo quartier generale si metteva in forse il vertice tra Prodi, Rutelli e Fassino previsto per oggi. Il problema, si spiega, è che il candidato premier non ci sta a ratificare decisioni che i due leader hanno già concordato tra loro: «Si sono già spartiti i posti in lista concedendone meno di dieci al Professore, hanno deciso come finanziare la campagna per il listone investendoci un decimo di quello che investiranno sui loro simboli, hanno persino scelto chi non sarà ricandidato al Parlamento e quindi verrà spostato al governo come sottosegretario...». E, di fronte al «muro» dei partiti, i prodiani agitano l’unica minaccia capace di spaventarli: la presentazione di una «lista Prodi» al Senato.