Ds: "Sulle pensioni il governo deve aprire a Berlusconi"

Il dalemiano Latorre: "Basta diktat dell’ala radicale. Cgil, Cisl e Uil hanno perso di vista l’interesse generale". Sulle riforme: "E' indispensabile che il Cavaliere sia il protagonista di una possibile convergenza"

Roma - Dalla sponda riformista dell’Unione, il ds Nicola Latorre, dalemiano di ferro che presidia da vicecapogruppo la precaria trincea del Senato, manda un messaggio chiaro alla sinistra massimalista: «Basta diktat». A cominciare da quelli sulle pensioni. E un messaggio al centrodestra: «È indispensabile che Berlusconi sia il protagonista di una possibile convergenza» sulle necessarie «riforme di sistema».
Come si uscirà da questa infinita trattativa sullo «scalone»?
«Mi auguro con due punti fermi: la presa d’atto che innalzare l’età pensionabile è una necessità oggettiva, e che non è più concepibile che si continui a ritirarsi a 57 anni, salvo pochi veri lavori usuranti. E bisogna evitare danni alle generazioni successive. L’ingiustizia di un brusco scalone va superata, ma non certo infischiandosene delle compatibilità finanziarie, e avendo chiaro che la priorità non è lo scalone ma le garanzie per le prossime generazioni».
Il messaggio vale anche per i sindacati?
«Il sindacato deve anch’esso farsi carico della necessità di revisione di tutto il welfare, che ha un carattere sempre più esclusivo. Negli ultimi anni mi pare che i sindacati abbiano un po’ perso di vista l’interesse generale, e il loro ruolo si è offuscato. È calata anche la tensione unitaria, non se ne parla più. Ma non ha più senso che restino ancora tre sigle».
Il governo che deve chiudere questa trattativa viene dato ogni giorno per agonizzante. Ce la farà?
«Che la maggioranza in Senato sia fragile è un dato di fatto. Ma finora siamo riusciti a superare prove difficili. Certo sarebbe ipocrita negare che ci sono problemi politici, che le continue tensioni interne provocano una caduta di credibilità, che le misure per il risanamento hanno aperto fratture con la società. Ma qualche cambiamento si comincia a vedere».
Dove?
«Beh, finalmente si è preso atto che bisogna rivedere gli studi di settore, e che la lotta all’evasione non deve essere vissuta dagli autonomi come la guerra di un governo nemico».
I sondaggi dicono che gli italiani vorrebbero un Sarkozy...
«Se ne fa un gran parlare, e certo l’uomo ha qualità. Ma è soprattutto il prodotto di una legge elettorale e di un sistema istituzionale che funzionano. E che noi non abbiamo. Ma sono certo che nelle analisi e nelle possibili soluzioni siano possibili convergenze con l’opposizione».
Con chi, nell’opposizione?
«Io non sono tra quelli che privilegiano solo alcuni nella Cdl: va fatto con tutto il centrodestra, ed è indispensabile che il protagonista sia il capo dell’opposizione, Berlusconi. Non si può prescindere da Forza Italia».
Qualche rimpianto per la riforma istituzionale del governo Berlusconi, che è stata buttata a mare ma ora viene riproposta, nell’impianto, persino da Veltroni?
«La hanno bocciata i cittadini in un referendum, l’unico che abbiamo vinto da molti anni a questa parte. Ma senza dubbio c’erano in quella riforma cose interessanti e intuizioni giuste. Solo che fu fatta a colpi di maggioranza».
La corsa alla leadership di Veltroni indebolisce il governo, come lo stesso Prodi sembra temere?
«Se Prodi lo pensa, sbaglia. Un leader forte è il requisito per un rilancio del governo».
Perché avete impedito a Bersani di candidarsi?
«Se qualcuno lo ha fatto andrebbe punito. Ma non credo sia così: Bersani è un uomo libero e non si fa condizionare. Però è vero che nei Ds prevale ancora l’antico riflesso condizionato dell’unità del partito. Ora spero venga superato».
Rutelli dice che ci vogliono «alleanze di nuovo conio». Alle prossime elezioni sarete ancora insieme a Rifondazione?
«La sinistra ha un ruolo importante, come tutti nella coalizione. Ma nessuno e tantomeno loro possono porre diktat. Le alleanze sono figlie della legge elettorale. Mi auguro che quando si voterà ci sarà una legge che permetta di fare coalizione in grado non solo di vincere ma di governare. E che produca molti meno partiti».
Fino a quando starà in piedi il governo?
«Fin quando realizzerà i suoi obiettivi, essendo capace di recuperare il rapporto con il paese. Se non ci riesce, è giusto che se ne vada».
E allora si andrà a votare?
«Deciderà il capo dello Stato».
Napolitano dice che con questa legge elettorale non si torna alle urne.
«Con questa legge elettorale non ci vuole tornare neanche Berlusconi: vincerebbe, magari, ma non governerebbe. Quindi mi auguro di tutto cuore che con lui innanzitutto, e con Fini, Casini e Bossi si possano fare delle cose. Non aprire dei tavoli di cui tutti diffidiamo: fare delle cose».