Il dualismo Fini-Storace fra Ppe e congresso di An

Giancristiano Desiderio

Francesco Storace e Gianfranco Fini sono accomunati dal destino: entrambi hanno ragione e torto. Il primo, che oggi come ieri, ricopre il ruolo dell'oppositore, ha ragione a chiedere un congresso, ma ha torto a pensare che sia sbagliato l'approdo nel 2009 nel Ppe. Il secondo, che oggi come ieri, è il leader della destra italiana, ha ragione nell'indicare la meta e nel chiedere che An si pensi non come parte ma come coalizione, ma ha torto nel ritenere che il partito lo debba seguire senza discutere. A guardarli bene, le ragioni e i torti di Fini e Storace non sono tanto l'uno il contrario dell'altro quanto l'uno il completamento dell'altro. Il motore interno di An se, invece di contrapporsi, si integrano.
Storace, capo in splendida solitudine dei «mille» della associazione/corrente D-destra che ha riunito sabato e domenica a Fiuggi, chiede non da oggi la convocazione di un congresso. Diciamo la verità: che si chieda un congresso dopo una stagione di governo, dopo elezioni politiche e in concomitanza con l'idea di fare entrare il partito in un partito più grande, il Partito popolare europeo in Europa e il Partito della libertà in Italia, è cosa buona e giusta, oltre che tremendamente normale. Tanto più che An è uno dei due partiti italiani (l'altro è il partito di D'Alema) ad avere ancora una forma più o meno tradizionale con tanto di radicamento sul territorio. Un partito di questo tipo, diciamo pure classico», da un congresso non può che ricevere forza e vitalità. Storace, dunque, ha ragione a chiedere il congresso di un partito che, pur attestato intorno al 12 per cento, ha davanti a sé ancora buone possibilità di crescita dal momento che non rappresenta tutto quel vasto e variegato fenomeno che si può definire «destra diffusa» (e spontanea).
Ha torto, invece, Storace nel ritenere che l'idea di marciare e poi entrare nel Ppe sia un modo per «fare la Dc». È esattamente l'opposto: è un modo per non rifare la Dc. Infatti, proprio l'esistenza della «destra diffusa» impone ad An di pensarsi come una tappa di una evoluzione che ha come scopo finale la nascita di un centrodestra che non sia più una bella avventura, ma una istituzione stabile e duratura della politica italiana, quella che potremmo chiamare l'area dei liberal-conservatori o dei conservatori liberali. Ma le definizioni contano poco; ciò che realmente conta è un Polo di centrodestra che con la sua sola presenza garantisce l'alternanza e impedisce, di conseguenza, il restringimento della democrazia italiana al centro-centrosinistra fondato sul patto tra Palazzo e sindacato.
Fini, leader indiscusso di An dal giorno della svolta di Fiuggi, sembra infastidito dall'idea di un congresso. Eppure, se non si fa un congresso, An non uscirà da quel pericoloso pendolo che salta fuori ogni qual volta si pensa all'evoluzione naturale di An e del centrodestra: da una parte i «puri e duri» e dall'altra i moderati. Una oscillazione che è frutto di una caricatura ma che, come ogni caricatura, pur s'ispira a un ritratto reale. Se Fini ha intenzione di camminare verso il Ppe con accelerazioni, soste e nuovi allunghi sbaglia e rischia di compromettere un'idea non solo buona ma necessaria. Il congresso non si può e non si deve evitare. Lo si faccia e lo si interpreti anche come una nuova svolta, lo si chiami Fiuggi 2 o Fiuggi 3 o Giuseppe, ma lo si faccia per discutere non dell'identità della destra e di cos'è il Ppe, ma dell'evoluzione di An in un partito-polo che (questo è il punto dolente di tutta la faccenda non solo della destra ma della nostra democrazia) senza la cornice della coalizione inventata da Silvio Berlusconi è destinato a ridiventare un Msi almirantiano senza Almirante.
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