Dopo Dubai e Grecia ora scricchiola la Spagna

Prima Dubai. Poi la Grecia. Ieri si è aggiunta la Spagna. Qui non una crisi conclamata, ma scricchiolii sinistri. Tutte le Borse europee hanno reagito nervosamente, con un’ampia gamma di segni meno (Milano meno 0,89%), guidate nell’affondo da Madrid (meno 2,27%). Oltreoceano Wall Street, altrettanto inquieta, si è mossa in altalena. Una giornata di malumore ispirata dai mercati asiatici (Tokio meno 1,3%) e dal crollo della Borsa dell’Emirato, che ha bruciato il 6,4%, azzerando completamente i guadagni del 2009 (28%).
Cominciamo dalla Spagna, la vera sorpresa (ma già ieri Francesco Forte, su queste colonne, paventava qualche preoccupazione). Standard & Poor’s pur confermandone il rating sovrano di AA+, ha rivisto l’outlook (ovvero, la previsione) del Paese iberico da stabile a negativo alla luce del «pronunciato e persistente deterioramento» delle finanze pubbliche e di un «più lungo periodo di crisi economica rispetto a quello previsto». Il declassamento dell’outlook, secondo S&P, «rispecchia il rischio di un taglio del rating sovrano nei prossimi due anni». L’effetto sui mercati è stato immediato: Wall Street e Borse europee hanno puntato al ribasso, i titoli di Stato spagnoli sono precipitati mentre si sono impennati i Credit default swaps (Cds), gli strumenti che assicurano contro il rischio di insolvenza degli emittenti di obbligazioni. Il rendimento sui titoli a 10 anni è aumentato di 8 punti base al 3,81%. L’annuncio di S&P ha sorpreso il governo Zapatero, che ha detto di non condividere la decisione dell’agenzia.
Più a Sud, intanto, continua l’agonia di Dubai. La paura è che i debiti a rischio siano quasi il doppio dei 26 miliardi di dollari che Dubai World intende ristrutturare. Si parla di quasi 47 miliardi di dollari, una cifra che coinvolgerebbe anche altre società finora rimaste ai margini della temuta insolvenza. Finora i debiti da ristrutturare sono ufficialmente 26 miliardi di dollari e riguardano soprattutto il colosso immobiliare Nekheel, le cui passività nel primo semestre sono cresciute del 7,2% a 20 miliardi di dollari e le cui perdite semestrali ammontano a 3,65 miliardi di dollari. Tuttavia ci sono almeno altre 5 società che potrebbero annunciare a breve la propria impossibilità ad onorare le scadenze. In questo caso i debiti a rischio salirebbero a quasi 35 miliardi di dollari. L’impressione è che i debiti a rischio di Dubai tendano ad allargarsi a macchia d’olio.
In Grecia, infine, dopo il declassamento del debito sovrano, il ministro delle Finanze, George Papaconstantinou assicura che non c’è rischio di default. «Ci stiamo muovendo nella giusta direzione per rassicurare i mercati e i cittadini» dice il ministro dopo che Fitch ha declassato a BBB+ il debito della Grecia, portando l’outlook a «negativo»; ieri la stessa Fitch ha messo tutta la finanza strutturata della Grecia sotto osservazione con implicazioni negative. Anche l’euro ne ha risentito ed è sceso sotto quota 1,48 dollari, toccando in mattinata un minimo di 1,4670 dollari. La ragione è semplice. Se la Grecia è protetta dalla moneta unica e dall’appartenenza all’Unione europea, le tensioni sulla sua economia si scaricano a monte, proprio sulla divisa comune. Con un debito pubblico a quota 120% sul Pil, un’economia industriale debole, una scarsa propensione al risparmio delle famiglie, il governo ha ben poche possibilità di manovra: praticamente solo la (difficile) leva fiscale, visto che nè inflazione nè svalutazione sono praticabili autonomamente. Un effetto immediato, oltre all’erosione dell’euro, è stato l’aumento del premio al rischio sui bond, che hanno raggiunto un differenziale del 3% sul bund tedesco, il titolo di rieferimento.
In questo contesto, le Borse non potevano che seguire la via dei ribassi: Londra dello 0,37%, Parigi dello 0,74%, Francoforte dello 0,72%. Milano è stata la peggiore dopo Madrid, con un calo dello 0,89%. Gli indici di Wall Street a due ore dalla chiusura oscillavano di qualche frazione sotto lo zero.