Dubai, la paura è già passata Le Borse europee ripartono

LISTINI Milano recupera l’1,3%, rimbalzano i bancari. Wall Street limita i danni

La sindrome del Golfo fa meno paura. Il rischio di un fall out finanziario su larga scala provocato dalla possibile insolvenza del Dubai dopo la richiesta di moratoria per un debito da 54 miliardi, sembra ridimensionato.
A registrarlo è il sismografico delle Borse europee, scosse giovedì da un terremoto costato 150 miliardi di euro e ieri capaci di risalire la corrente malgrado l’andatura incerta di una Wall Street a mezzo servizio dopo la pausa imposta dal Thanksgiving Day. Ventiquattr’ore sono bastate ai listini per meglio mettere a fuoco le difficoltà dell’Emirato e capirne la portata, seppur con le inevitabili approssimazioni, sul sistema bancario. Un impatto, a quanto pare, circoscritto agli istituti asiatici come Standard Chartered Bank. Il coinvolgimento del sistema creditizio italiano, come già accaduto ai tempi del virus sub prime e dei suoi derivati, è invece marginale. Rassicurazioni in tal senso sono giunte dal direttore generale di Bankitalia, Maurizio Saccomanni («l’esposizione è molto contenuta e non c’è alcuna preoccupazione»), dal numero uno dell’Abi, Corrado Faissola (implicazione «estremamente marginale o inesistente») e da quello della Consob, Lamberto Cardia, che ha parlato di «serenità al momento assoluta». Alcune delle principali banche sono uscite allo scoperto per confermare che Dubai non rappresenta un problema. Nulla è l’esposizione di Mps, Ubi e Banco Popolare, irrilevante quella di Unicredit, mentre l’ad di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, ha liquidato l’argomento ricordando che «noi operiamo in tutto il mondo, non c’è nulla che ci porti a fare un commento in particolare». Alcune banche straniere come Ubs, Crédit Suisse, Bnp e Deutsche Bank hanno inoltre escluso ricadute negative sui bilanci a causa delle difficoltà del mini Stato islamico.
La crisi del Dubai è stata anche oggetto di una conversazione telefonica tra il premier britannico Gordon Brown e il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, interpellato in qualità di leader del Financial stability forum. «Ho parlato con Draghi nel mio ruolo di presidente del G20 - ha spiegato Brown - e ritengo che siamo soddisfatti che con le misure messe in atto per monitorare quanto sta accadendo, possiamo essere certi che si tratti di qualcosa di contenibile e localizzato».
Le cifre sull’ammontare complessivo delle esposizioni bancarie verso l’emirato sono ancora «ballerine» e prive dell’ufficialità, ma vengono quantificate da un’analisi della Bri (Banca dei regolamenti internazionali) in oltre 87 miliardi di dollari. Un altro studio di Royal Bank of Scotland (Rbs) colloca a quasi 50 miliardi i finanziamenti erogati dagli istituti inglesi al Paese arabo. Proprio Rbs gestiva, fino al gennaio 2007, 2,28 miliardi di dollari di investimenti finanziari per conto della società degli Emirati e Hsbc, a fine 2008, aveva un’esposizione di 17 miliardi di dollari. La Borsa di Londra è comunque riuscita ad archiviare la seduta in rialzo di quasi un punto percentuale, mentre Francoforte ha messo a segno un +1,27% e Parigi un +1,15%. Ancora meglio si è comportata Piazza Affari (+1,3% il Ftse Mib), dove tra i titoli bancari più bersagliati giovedì dalle vendite ha guidato il rimbalzo Unicredit (+3,10%), seguita dalla Popolare di Milano (+2,15%) e dal Banco Popolare (+1,91%). Al termine di una seduta dimezzata, a Wall Street il Dow Jones è arretrato dell’1,48% e il Nasdaq dell’1,73%. Tutto sommato, danni contenuti. La Casa Bianca ha fatto sapere di «osservare da vicino» la situazione del Dubai, ma l’attenzione degli analisti è concentrata soprattutto sulla stagione dello shopping natalizio, avviata ieri con il Black Friday. I primi segnali sono incoraggianti: le interminabili code viste ieri fuori da negozi e grandi magazzini lasciano ben sperare in una tenuta dei consumi. C’è intanto chi si interroga sui motivi che hanno indotto l’Emirato alla richiesta choc di una moratoria del debito. A questo proposito, un’analisi di Ubs spiega che da tempo era nota la vulnerabilità dell’economia Dubai, priva dei ricchi introiti garantiti dal petrolio, e probabilmente messa spalle al muro da Abu Dhabi che «ha forse costretto Dubai ad affrontare i problemi dell’eccessivo debito in casa prima di estendere il proprio appoggio finanziario».