Dubbi e pregiudizi in televisione aiutano i mafiosi

Lo show di RaiTre. A "Vieni via con me" fingono di non sapere che la 'ndrangheta cerca appoggi in ogni schieramento

di Andrea Pamparana*

La scorsa estate ho avuto l’onore di tenere una lezione sulla ’ndrangheta a Roccella Ionica, cittadina calabrese in provincia di Reggio Calabria, a pochi chilometri da Siderno, località che ha dato il nome al famoso e famigerato Siderno group, potente gruppo mafioso con base in Canada, e al paese di San Luca, 4mila anime e oltre 20 ’ndrine, cittadina da cui provengono i capi dei capi della criminalità calabrese. Avendo ricevuto, prima dell’incontro, alcune «attenzioni» malevole (minacce è parola troppo forte), il questore di Reggio Calabria mi mise a disposizione due poliziotti.
Mi trovai di fronte, con mia grande sorpresa, un migliaio di studenti liceali della Locride. Convenuti dopo l’invito di un altro giovane, studente in giurisprudenza che sogna di diventare come Nicola Gratteri, il magistrato anti ’ndrangheta più esposto nella trincea calabrese, autore di un bellissimo libro sulla criminalità organizzata. Questo ragazzo, Vincenzo Leoni, è dotato di grande coraggio e organizza gli incontri sulla legalità pur sapendo che, tra quegli studenti, c’erano senz’altro figli, fratelli, nipoti di esponenti delle ’ndrine. Negli occhi di quei giovani ho però visto la speranza, la non rassegnazione, la voglia di un riscatto possibile. Come fare per essere al loro fianco? Intanto raccontando la Verità. Quella storica, quella giudiziaria, quella politica.
Roberto Saviano ha un merito. Ha portato in tv un racconto che è però solo una parte di questa Verità. E l’errore più grande che ha commesso lunedì sera, sono convinto in buona fede, è di non raccontare la Verità ma di mettere in scena il solito pregiudizio ideologico. Mentre scrivevo nel 1990 il libro «Cosa Nostra SpA», Giovanni Falcone mi disse: «Seguire sempre la pista dei soldi. Ai mafiosi interessano solo i soldi. E questi denari puzzano e lasciano traccia». Ora è del tutto evidente che, come ha ricordato ieri lo stesso Gratteri, la ’ndrangheta non vota a destra o a sinistra ma cerca di fare affari soprattutto là dove ci sono i soldi. Appalti per lavori pubblici, edilizia, riciclaggio di rifiuti tossici.
Da sempre i mafiosi hanno scelto Milano e il Nord produttivo come terreno ideale per infiltrarsi, magari approfittando anche della crisi, pronti a offrire denaro fresco, sostituendosi alle, a volte, poco generose banche, offrendo i servizi per il riciclo dei rifiuti a imprenditori privi di scrupoli. Da questo punto di vista il racconto di Saviano, a mio parere, è stato deficitario. Non si riciclano 45 miliardi di euro di fatturato annuo (cocaina, armi, rifiuti) incontrando un funzionario qualsiasi di questo o quel partito. No, bisogna andare oltre e capire, soprattutto far capire, che la ’ndrangheta oggi è una multinazionale del crimine, inserita tra le cinque più pericolose organizzazioni criminali dal Fbi statunitense. E se cerchi rapporti con chi al Nord governa, li cerchi ovunque senza distinzione di colore politico. Negli anni ’90 il Ros dei carabinieri preparò un lungo e dettagliato rapporto sugli intrecci tra camorra e imprese della cooperazione cosiddetta rossa, rimasto, chissà perché, nei cassetti delle dimenticanze.
Allora, o si racconta la Verità complessiva, anche quella che è imbarazzante per molti che militano a sinistra, e allora si fa buon giornalismo, oppure si fa politica faziosa, che non è mai buona politica. E si finisce con la delegittimazione tipica dei professionisti dell’antimafia verso coloro che ottengono, sul campo, risultati determinanti, vedi Falcone. Se poi lo scontro con il ministro Maroni avviene nel giorno in cui lo Stato mette in galera uno di quelli che hanno minacciato proprio Saviano, la vicenda assume toni grotteschi e inaccettabili.
*Vicedirettore del Tg5 e autore di
"
Malacarne. Uomini di ’ndrangheta" (Marco Tropea Editore, 2010)